di Giuliana Gemelli

Fino a tempi recenti la Certosa di Venezia è stata un luogo pressoché sconosciuto e negletto, solo il mio maestro, lo storico Fernand Braudel, grande innamorato di Venezia, ne aveva parlato nel suo capolavoro sul Mediterraneo. E questo sin dalla fine del XII secolo quando per volontà del vescovo la terra prese il sopravvento sul mare, le due piccole isole che sostenevano la Certosa vennero unite e la laguna interrata. Nel monastero che venne eretto nei decenni successivi furono ospitati prima i monaci agostiniani poi, a metà del Quattrocento, i Certosini che realizzarono opere di restauro per i monaci e per alcune famiglie patrizie che vi eressero le loro cappelle private.

Un’isola non più isola dunque: che restò privata, anche se adornata, segretamente per la maggioranza della popolazione, da opere di grandi maestri tra i quali il Tintoretto e Tiziano, opere poi trafugate durante il regime napoleonico. Il territorio venne poi popolato dai militari fino alla fine degli anni Sessanta, quando si cominciò a pensare alla realizzazione di un parco urbano e iniziò un percorso di frequentazione da parte dei veneziani che scoprirono con entusiasmo un mondo a loro quasi sconosciuto, col sostegno delle istituzioni e della Comunità europea, creando un’area museale e una piccola unità ricettiva.

Ma è solo quando all’orizzonte è apparsa la vena creativa e progettuale di un giovane e appassionato sportivo, Alberto Sonino, fin da bambino provetto velista, conosciuto a livello internazionale per i suoi premi in regate di grandissimo prestigio, che una realtà potenzialmente ricca di promesse si è trasformata, con una potente bacchetta magica, in un’impresa di grande impatto, innanzitutto per il mondo della vela a livello globale, ma anche per un impatto generatore di innovazione imprenditoriale, che realizzava di nuovo e con uno slancio esponenziale l’unione tra la terra e il mare, quell’unione in cui il grande Braudel aveva individuato le basi del dialogo ricorrente che è stato la forza del Mediterraneo e lo è ancora.

Albero Sonino ha trasformato un’impresa di tono minore in una grande epopea di innovazione, non solo con la creazione di una scuola velica per giovani veneziani, fino ad allora un po’ distratti su questo terreno, ma con un design fortemente creativo sia sul piano della progettazione che dei materiali, in ambito cantieristico. Una squadra di Argonauti che avevano partecipato con lui alla Coppa America e un nutrito ed eccezionale team di sponsor hanno fatto il resto. Ma come in tutte le grandi storie d’amore il sogno non si sarebbe realizzato senza il colpo di fulmine tra Alberto e la Certosa, cosi vicina a Venezia eppure ancora così misteriosa nonostante le sue profonde radici storiche, archeologiche ed artistiche perché di fatto ancora poco ricettiva. Ed è questa ricettività che è stata la grande innovazione di Sonino che come tutti i grandi navigatori non solo ha saputo guardare lontano ma ha intuito e dato forma alle potenzialità dell’attracco. Gli Argonauti sono una stirpe che rinasce continuamente grazie ai suoi eroi che sono giovani intraprendenti e visionari, silenziosi e coraggiosi, nocchieri che esprimono la loro forza non solo nell’attività fisica ma nello slancio progettuale ed imprenditoriale come Alberto Sonino. Chapeau! E che il vento buono sia sempre con te!