Il vecchio della canzone descriveva al bambino com’era bello, una volta, il paesaggio. E il piccolo credeva che quella descrizione fosse una fiaba.
A Cernobbio Mario Monti ha descritto un’Europa di successo che non esiste nei numeri e che una classe dirigente della quale lui è stato un pilastro ha silurato, ma Vannacci, dicendosi europeista riformista, ha evocato a favore di telecamera elettorale un rinnovamento che è il primo a non saper come attuare. Poi Monti, come Enrico Toti, s’è impancato a martire promettendo di dedicare le sue ultime energie al contrasto dello spirito fascista che intravede nel programma di Futuro Nazionale, avallando un’equivalenza nazionalismo=fascismo, che applicata con un briciolo di onestà mentale (what is?) porterebbe a tacciare di fascismo gli ultimi 50 anni di politica internazionale degli Stati Uniti e della Germania, visto che hanno perseguito solo i propri interessi a discapito di quelli degli alleati, vedi alla voce Grecia e a mille altre.
Uno squallore, insomma, con Vannacci – se non altro- meno usurato, proteso com’è ovvio a rastrellare voti e consapevole, sotto sotto, che il gelo istituzionale che la platea cernobbina ha riservato al suo intervento spellandosi le mani invece a quelli di Monti era, come dire, un atto dovuto, se hai pagato 20 mila euro per sederti a sentire cose che in sostanza la sera ti dice gratis il Tg è stato solo per far vedere che “sei dei nostri”, ma poi nel segreto dell’urna mummie burocratiche bruxelline non le voterai mai…
Monti ha ricordato un’Europa ordinata ma efficiente che non è mai esistita; Vannacci immagina un’Europa eroica che certamente la Germania non permetterà mai, e non quella prossima dei neonazisti ma quella recente di Frau Merkel, egemone e ipocrita come poche. Il cittadino europeo resta in mezzo a questo guado tra bugie e fole, elegge un Parlamento che serve a poco, e prende atto che solo il Consiglio europeo ha potere, lì prevalgono un po’ le destre, ma poi si disallineano su tutto ad ogni curva, perchè il nazionalismo (unico punto su cui Monti non ha torto, evidentemente ha copiato bene) è strutturalmente antagonista di qualsiasi federalismo
Monti avrà partecipato a trenta Cernobbi, nelle sue varie incarnazioni – da semplice professore (“economista” sarebbe una parola grossa) a Rettore, a Commissario Europeo, presidente del Consiglio, Senatore a vita…
E’ un perfetto impiegato di concetto dell’establishment finanziario, accademico e comunitario. Rifiutò la vicepresidenza della Comit quando un’imposizione di Craxi fece emergere ciò che accadeva da anni, cioè che quelle nomine erano politicizzate, ma non testimonò le ragioni di quel suo rifiuto per non farsi troppi nemici; e si dimise dal comitato esecutivo della Fiat all’indomani degli avvisi di garanzia a Mattioli e Romiti perché, ohibo’, vuoi mai che quegli sceriffoni di Mani Pulite si chiedessero di cosa si fosse parlato in quel comitato finchè lui c’era stato…
Per 17 mesi a Palazzo Chigi l’uomo del rigore dimostrò quanto poco lo considerassero i mercati non riuscendo a limare di neanche un minimo il mega-spread tra Btp e Bund, e incassando poi il dividendo del “whatever it takes” di Mario Draghi dalla Bce, che per salvare l’euro dovette inghiottire il boccone amaro di salvare anche l’Italia anziché farla spolpare là per là come s’era riuscito a fare con la Grecia.
Il paradosso è che a Cernobbio, nel siparietto tra il Senatore e il Generale, non si sono confrontate l’Europa e l’anti-Europa. Si sono incontrati due prodotti dello Stato e delle sue gerarchie. Monti: cresciuto nell’Accademia (privata, come no) e poi nella Commissione, nonché ospite fisso (pare non iscritto, hai visto mai che ci mettesse la faccia) del circolo Bilderberg, dove si è a lungo finto di gestire le sorti del mondo, tecnico prestato alla politica come alle multinazionali, premier per scambio di persona, perché Napolitano ebbe bisogno di un luogotenente della Trojka, capace di garantire obbedienza.
Vannacci: cresciuto nell’Esercito, nelle missioni, nelle ambasciate e nelle promozioni, arrivato al grado di generale prima di scoprire che la carriera a quel punto era fatta e che la disciplina è una virtù meravigliosa soprattutto quando devono osservarla gli altri.
Entrambi sono stati nutriti dall’istituzione che ora interpretano in modi opposti. Monti la santifica nello statu quo subalterno a un’Europa deplorevole, perché gli ha dato tutto, e poi quando ne parla lo fa con la foga e la fede che userebbe leggendo il bugiardino di un anti-istaminico; Vannacci la contesta pur dopo averne ricevuto quasi tutto. L’uno ha trascorso la vita a obbedire senza che sembrasse obbedienza; l’altro ha trascorso la vita a obbedire e insieme comandare e ha scoperto la ribellione appena congedato dal comando.
Monti appartiene a quella preziosa categoria di tecnici che, dopo aver progettato il meccanismo, spiegano che il guasto dipende dagli utenti. Ragiona di riforme da quarant’anni, ma sono le riforme del Gattopardo, quelle che sembrano cambiare tutto affinché ogni procedura rimanga al proprio posto. Certo, quando parla di fascismo sa cosa dice, in fondo è nato nel ’43, l’anno del voltafaccia del Gran Consiglio contro Mussolini, e la capacità di voltafaccia è dote ricorrente tra i grand commis di Stato. E parla di fascismo avendo conquistato Palazzo Chigi senza essersi mai candidato ad alcuna elezione, quindi che lusso proclamarsi democratici dribblando il filtro che la Costituzione prevede affinchè il potere vada agli eletti e non ai cooptati. Certo, il suo governo lasciò il segno: nel 2012 il Pil italiano in volume diminuì del 2,5%; il deficit scese dal 3,8 al 3%; la pressione fiscale nei primi nove mesi salì dal 39,8 al 41,3%, toccando il 52% nel quarto trimestre. E l’unica cosa utile di quel governo, la riforma Fornero delle pensioni, fu fatta dalla Fornero, appunto, che ci capiva ed era in buona fede.
Quanto a Vannacci, cosa dire? Aspettando la probabile “doppia cifra” dell’esordio elettorale del suo “Futuro Nazionale”, definirlo fascista è fondamentalmente sbagliato e comunque semplicistico. Il generale rappresenta innanzitutto una reazione anticorpale delle persone comuni conrtro una gnagnera woke per cui oggi se hai più di settant’anni, un problema di salute e ti serve assistenza, per ottenerla è meglio dichiararti gay altrimenti stai un anno in lista d’attesa. Ed è inoltre – sempre Vannacci – figlio legittimo del terrificante totalitarismo della Rete, grazie alla quale i voti si raccolgono lanciando slogan estremi e banalizzandone la fattibilità, per portare a casa un successo di tappa, tradire tutte le promesse e comunque restare a galla perché tanto la Rete, sempre lei, ha azzerato la memoria e per esempio tra un anno moltissimi italiani voteranno nuovamente Cinquestelle dimenticandosi il piccolo particolare che quei votati lì dichiararono sconfitta la povertà, sissignore…
Per quarant’anni Vannacci ha creduto nella catena di comando; adesso cerca di conquistarne la cima, forse indispettito dal fatto di non trovarvisi più. È un antisistema con la pensione del sistema. E predica l’insubordinazione europea – che, per carità, se fosse fattibile andrebbe fatta! – con la postura di chi si aspetta che il continente scatti sull’attenti.
Monti ha fatto parte integrante e longeva di quell’estabilishment anti-italiano che ha distrutto le speranze europee asservendosi agli interessi, opposti eppure convergenti, della Germania e della finanza americana. Con gente come lui non ci sarà riscatto. Vannacci vuole demolire l’attuale caserma europea, purchè continui a funzionare la mensa. L’Europa politica va ridimensionata, l’euro no.
Così, in riva al lago, il vecchio continuò a raccontare quanto fosse bello il prato europeo prima che lo ricoprissero di regolamenti, e il bambino gli spiegò che sarebbe bastato marciare all’indietro su Roma per ritrovarlo.
Nessuno ha detto che il prato europeo è nel frattempo diventato un parcheggio: di auto e robot cinesi, di stock-options americane, gay-pride californiani, demenze trumpiane e neonazisti tedeschi. Forse è che a Cernobbio anche i parcheggi godono di una vista magnifica. Ma certo non è dal vecchio Monti né dal bambino Vannacci che ci arriverà qualcosa di buono nel futuro.
















