BNPL Buy now pay later, online shopping

di Giovanni Talente

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Nel 2025 il transato italiano del buy now pay later ha raggiunto 9,9 miliardi di euro, con una crescita del 45% sull’anno precedente e un più 50% nella sola componente online, e la modalità è stata utilizzata dal 17% degli italiani: sono i dati dell’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano, diffusi a marzo 2026. Nello stesso anno il 45% dei consumi delle famiglie italiane è stato regolato con strumenti di pagamento elettronici, contro il 38% di banconote e monete e il 17% di bonifici e addebiti diretti. Negli Stati Uniti la Federal Reserve di Richmond, in un Economic Brief pubblicato a febbraio 2026 e firmato da Zhu Wang, stima il valore complessivo delle transazioni con pagamento dilazionato in circa 70 miliardi di dollari nel 2025, in crescita di circa il 20% l’anno in termini reali dal 2021, pari all’1,1% della spesa complessiva su carta di credito.

Quello che la Fed scrive è però meno allarmante di come il fenomeno viene raccontato, e va riportato con precisione. Date la scala attuale, il debito in essere e i tassi di insolvenza osservati, l’impatto del pagamento dilazionato sulla stabilità finanziaria appare al momento limitato: possibili contagi verso altri mercati del credito al consumo esistono, ma non c’è evidenza chiara di uno stress elevato. Gli utilizzatori mantengono in genere accesso alle forme tradizionali di credito e tendono ad avere saldi più alti su altri prodotti non garantiti, senza che sia dimostrato un rapporto causale tra le due cose, e gli effetti complessivi sul benessere del consumatore risultano contrastanti. Il problema che la ricerca segnala è un altro: poiché i prestiti in quattro rate non vengono in genere segnalati alle centrali rischi, come ha spiegato lo stesso Wang in un podcast dell’istituto, «diventano debito nascosto».

Sul comportamento individuale il dato più utile arriva dalla Germania. L’autorità di vigilanza BaFin ha commissionato ad aprile 2025 un sondaggio online rappresentativo su 4.936 consumatori tra i 18 e i 60 anni, i cui risultati sono stati pubblicati a febbraio 2026. Il 20% degli intervistati paga online con il pagamento dilazionato. Tra questi, il 14% ha dichiarato di aver perso il conto delle fatture e delle rate ancora aperte a causa del numero di acquisti effettuati, ed è il dato che ha dato il titolo al comunicato: «uno su sette perde il conto dei pagamenti». Ma la cifra che riguarda più direttamente il modo in cui percepiamo la spesa è un’altra: il 24% degli utilizzatori ha ammesso di aver speso più di quanto avesse inizialmente previsto, e tra gli under 30 la quota sale al 38%. Il 26% ha pagato una mora per un versamento in ritardo e il 21% ha saltato almeno una rata.

È intorno a quel 24% che si gioca la questione interessante, che non è l’indebitamento ma la percezione. Un prodotto da 1.199 euro e lo stesso prodotto presentato come ventiquattro versamenti da 49,95 euro hanno un costo identico o superiore, ma non producono la stessa reazione. La dilazione scompone una cifra grande in cifre piccole, ciascuna delle quali viene confrontata non con il prezzo totale ma con la disponibilità mensile, e sposta il momento del pagamento lontano da quello del possesso. Lo stesso effetto, in forma più lieve, lo producono il contactless, i portafogli digitali, l’acquisto con un solo clic e gli abbonamenti a rinnovo automatico: ogni passaggio elimina un attrito, e l’attrito era anche il momento in cui il costo diventava percepibile. Una traccia indiretta si legge nei dati dell’Osservatorio di CRIF, Assofin e Nomisma, secondo cui l’importo medio per transazione con carta di credito è sceso a 63 euro, segnale di un impiego sempre più frequente anche per spese di piccolo taglio.

Detto questo, nessuna delle fonti citate dimostra che rendere invisibile il pagamento faccia spendere di più. I numeri tedeschi sono dichiarazioni degli interessati raccolte in un sondaggio, non misurazioni di comportamento, e la Fed di Richmond esclude esplicitamente di aver trovato un nesso causale tra uso della dilazione e livello di indebitamento. La domanda resta legittima come domanda: ciò che i dati mostrano è una correlazione tra rimozione dell’attrito e maggiore frequenza d’uso, non una relazione dimostrata tra forma del pagamento e importo speso.

Il quadro regolatorio, intanto, si è già mosso. La seconda direttiva europea sul credito ai consumatori, la 2023/2225, estende la disciplina del credito al consumo anche alle forme finora escluse, compresi i finanziamenti a interesse zero, quelli di breve durata e quelli sotto i 200 euro, e quindi al pagamento dilazionato. L’Italia l’ha recepita con il decreto legislativo 31 dicembre 2025 numero 212, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 gennaio 2026 ed entrato in vigore il 10 gennaio, mentre le nuove disposizioni si applicheranno dal 20 novembre 2026, con un periodo transitorio che la Banca d’Italia, nella nota di stabilità finanziaria numero 50 del marzo 2026, descrive come «un periodo di transizione per gli operatori» che potranno adeguarsi entro quella data o entro novanta giorni dalle disposizioni attuative dell’istituto. Cambiano tre cose: obbligo di valutare il merito creditizio, obblighi informativi sul costo complessivo e sui rischi di ritardo, e diritto del consumatore a ottenere spiegazioni sulla logica di un algoritmo di valutazione e a chiedere il riesame di una persona fisica. In Germania la stessa scadenza è fissata al 20 novembre 2026.

Per gli operatori la questione non è la sopravvivenza del modello ma il suo equilibrio. «Il BNPL è cresciuto perché ha saputo intercettare un bisogno molto concreto di flessibilità», osserva Matteo Risi, ricercatore senior dell’Osservatorio Innovative Payments, secondo cui la normativa non fermerà la traiettoria ma costringerà a ripensare processi, conformità ed esperienza d’uso. È un punto meno banale di quanto sembri, perché la semplicità dell’esperienza è esattamente ciò che la regolazione interviene a rallentare.

Due elementi ridimensionano l’allarme. Il mercato europeo, e quello italiano in particolare, presenta tassi di insolvenza inferiori a quelli statunitensi per il prevalere di modelli di erogazione più cauti: negli Stati Uniti un sondaggio LendingTree del dicembre 2025 rilevava che il 25% degli americani usa il pagamento a rate anche per la spesa alimentare e che il 42% degli utenti ha avuto almeno un ritardo. E secondo l’Osservatorio di CRIF, Assofin e Nomisma nel corso del 2025 è diminuito l’uso multiplo simultaneo di più piani di dilazione, che gli analisti leggono come «il segnale di un approccio più responsabile e strategico». Il fenomeno cresce del 45% l’anno, ma su una base che in Italia vale ancora meno di dieci miliardi, contro i 109 miliardi transati con le sole carte di credito.