Da chi vengono le richieste che diventano priorità immediate?
Quando lavori, quale viso osservi con maggiore attenzione per cogliere i messaggi delle sopracciglia, le sfumature dello sguardo, gli andamenti della bocca?
Di chi sono i silenzi che ascolti di più?
E se interrompi una telefonata per rispondere immediatamente ad un’altra, chi ti sta chiamando?
E quando ti disconnetti da un meeting, o esci da un corso di formazione, è per rispondere a…?
Insomma, chi occupa il centro dei nostri pensieri quando lavoriamo (e, talvolta, anche oltre)?
Lo so.
State pensando tutti la stessa cosa…
Il CLIENTE!
Ma certo.
Niente clienti, niente impresa.
Infatti, si fanno ingenti investimenti per conoscere clienti attuali e potenziali, attrarli e mantenerli.
Tutto molto coerente.
Come dite?
No…?
Non è con il Cliente che ci comportiamo così?
Mmmm…
Ho capito.
Facciamo tutto questo per i nostri collaboratori.
Le aziende dicono sempre: “le persone al centro”.
Hanno ragione. I risultati si fanno insieme.
Non prenderemmo mai l’abitudine di rimandare gli incontri con i collaboratori per rispondere a qualcun altro!
Come?
No, non sono i collaboratori.
Ok, allora sono i colleghi insieme ai quali portiamo avanti attività e progetti.
No?
No.
E quindi, scusate…
A chi è indirizzata tutta questa attenzione, questa preoccupazione, questo ascolto e dedizione?
Ecco.
Ora possiamo immaginare decine, centinaia, migliaia di volti che si rivolgono verso l’alto.
Possiamo immaginare un’intera organizzazione con lo sguardo che è frequentemente rivolto in alto.
E’ una metafora, certo. Le persone lavorano, sono indaffarate, scrivono e ricevono decine e decine di mail, molti di loro passano da una riunione all’altra senza sosta, analizzano dati, sviluppano tecnologia, controllano l’arrivo delle merci, producono pezzi, incontrano clienti e fornitori…
Ma…
In quale direzione va il grosso della loro attenzione?
In alto.
Verso il Capo.
Verso il Capo del Capo, e del Capo del Capo del Capo…
Lavorare portando l’attenzione verso l’alto ha conseguenze concrete molto importanti sul fisico, sulla mente, sulle attività, sulle relazioni e, naturalmente, sul business.
Tante energie sono incanalate verso l’alto.
Chi sta sopra è molto osservato. Le parole e i silenzi che arrivano dall’alto sono studiati, indagati, soppesati. I segnali, interpretati. I comportamenti, valutati…
Chi altro, nell’organizzazione è oggetto di cotanta attenzione?
E quanto ascolto rimane per i clienti, i collaboratori, i colleghi, i fornitori, i partner?
Quanto spazio libero lascia questa postura verticale alla comunicazione e alla comprensione reciproca con gli altri interlocutori, al coordinamento? E quanto alla sperimentazione e alla condivisione degli errori, per imparare e per innovare?
Così è fatta la gerarchia tradizionale.
La soluzione che noi umani abbiamo trovato per far funzionare le organizzazioni.
Certo, è nata in un mondo dove chi stava in alto pensava, decideva, pianificava, controllava. E sotto, si eseguiva.
Tanto potevi pianificare a lungo termine.
E siccome chi è sopra valutava chi è sotto (e non viceversa), si poteva usare anche la paura come leva.
Questa impostazione è presente ancora oggi nelle nostre organizzazioni.
E, nel tempo, ha creato una postura rigida, che non è in sintonia con il mondo che cambia e che, come tutto ciò che non è fluido e al passo con i tempi, crea uno scarto sintomatico…
Lo possiamo chiamare: torcicollo organizzativo.
Si tratta di una postura individuale e collettiva dolorosa, perché riduce la visuale, la velocità di risposta, la responsabilizzazione, l’iniziativa, la sicurezza psicologica – cioè i confronti trasparenti e schietti basati sulle idee e sui risultati, non sul grado gerarchico.
E tanto altro ancora.
Come tante tensioni che non percepiamo, condiziona i nostri movimenti e noi non ce ne accorgiamo.
Insomma, una postura che diventa cultura.
Non è ora di presidiare la competitività dell’impresa e la capacità delle persone usando l’agilità del movimento?

















