La transizione energetica globale potrebbe avere alimentato, per oltre vent’anni, un flusso parallelo di materie prime rimasto ai margini dei sistemi internazionali di controllo. Dietro il cobalto congolese, indispensabile per batterie, veicoli elettrici e dispositivi elettronici, emergerebbe infatti una seconda catena del valore: quella dell’uranio naturale, estratto insieme al minerale e trasportato nei concentrati destinati alle raffinerie straniere.

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Il sottoprodotto nascosto nel boom del cobalto

Tra il 2000 e il 2024 dalla Repubblica Democratica del Congo sarebbero uscite, incorporate nell’idrossido di cobalto, tra 2.000 e 5.000 tonnellate di uranio naturale. La stima arriva da uno studio sottoposto a revisione scientifica e pubblicato su Nature Communications, basato su dati geologici, modelli chimici, statistiche produttive e registri commerciali delle singole miniere. Nel periodo analizzato il Congo è passato da circa il 30% a oltre il 75% della produzione mondiale di cobalto, rafforzando il proprio peso nelle filiere tecnologiche globali.

Dalle miniere africane alle raffinerie cinesi

Uranio e cobalto si trovano spesso negli stessi giacimenti della Copperbelt congolese e possono seguire percorsi chimici simili durante le prime lavorazioni. Senza impianti dedicati alla separazione, l’uranio tende quindi a concentrarsi nell’idrossido grezzo esportato dal Paese. Secondo i ricercatori, circa il 65% dei quantitativi stimati sarebbe stato inviato a società di proprietà cinese, in un mercato nel quale la Cina esercita un’influenza decisiva sulla raffinazione mondialedel cobalto.

Una falla nei controlli internazionali

Il nodo non riguarda soltanto il commercio minerario, ma anche la distinzione normativa tra minerale grezzo e materiale recuperato per usi nucleari. L’uranio contenuto nei prodotti di cobalto può rimanere fuori dalla contabilità nucleare fino alla sua effettiva separazione industriale. Gli autori stimano che meno del 10% dei volumi individuati sia stato dichiarato pubblicamente all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, mentre i quantitativi diretti in Cina avrebbero potuto superare per anni le soglie previste dall’Additional Protocol.

Il costo economico della scarsa trasparenza

La vicenda mette in luce un rischio strutturale per l’industria delle batterie: una filiera considerata strategica per la decarbonizzazione può generare esternalità ambientali, sanitarie e geopolitiche non contabilizzate nel prezzo finale. Lo studio stima inoltre che tra 1.000 e 4.000 tonnellate di uranio possano essere finite nei residui minerari della regione, con potenziali conseguenze per lavoratori e comunità locali. Rafforzare controlli indipendenti, sistemi di tracciabilità e tecnologie di rimozione significherebbe però sostenere nuovi costi industriali lungo una catena già esposta a forti tensioni commerciali.

Tra energia civile e rischio strategico

I ricercatori non hanno trovato prove che l’uranio sia stato deliberatamente sottratto ai controlli o utilizzato per programmi militari. Lighthouse Reports precisa inoltre che l’inchiesta non consente di stabilire se e come il materiale sia stato impiegato una volta arrivato in Cina. Resta tuttavia la dimensione dei volumi: secondo le equivalenze formulate dagli studiosi, la quantità stimata potrebbe alimentare un reattore nucleare ad acqua leggera per 10-25 anni oppure fornire, dopo processi complessi di conversione e arricchimento, materiale fissile teoricamente sufficiente per 600-1.500 ordigni.