Varato il 9 luglio dal viceministro Maurizio Leo, il Tax Control Framework (TCF) è uno strumento di cooperative compliance, un sistema di controllo del rischio fiscale realizzato da consulenti ed esperti per prevenire possibili problemi. Un istituto che può regalare alle pmi credibilità e riconoscibilità esterna, rappresentando una certificazione di qualità. Di questo strumento parliamo con l’avvocato Leonardo Bertani di Complegal, Studio Bandera.
Avvocato Bertani, qual è l’obiettivo strategico del Tax Control Framework e a quali imprese si rivolge principalmente questa nuova versione semplificata del regime?
“Il Tax Control Framework (TCF) nasce come strumento strategico per rafforzare il controllo interno all’impresa in materia fiscale, garantendo una gestione responsabile del rischio tributario. La finalità dello strumento è infatti quella di identificare e gestire i rischi fiscali in modo proattivo, con un focus sulla prevenzione piuttosto che sulla correzione degli errori, di modo tale da intercettare e rilevare potenziali rischi fiscali prima che diventino problematici. In questo modo si riduce la probabilità di incorrere in errori o omissioni nelle dichiarazioni fiscali e, quindi, di dover affrontare contenzioni fiscali o addirittura procedimenti penali, che possono rivelarsi assai lunghi e complessi e comportare ingenti costi per l’impresa. La nuova versione semplificata si rivolge in particolare alle PMI e alle aziende non multinazionali, offrendo loro una via più accessibile alla compliance avanzata, senza la necessità di strutture e risorse complesse”.
In che modo la certificazione del TCF da parte di professionisti indipendenti contribuisce a migliorare la trasparenza e la governance fiscale dell’impresa?
“La certificazione da parte di un professionista indipendente garantisce che il sistema di controllo fiscale adottato dall’impresa sia coerente con le best practices e i requisiti normativi. Questo processo di validazione esterna aumenta l’affidabilità del TCF sia agli occhi dell’Amministrazione finanziaria, sia verso stakeholder esterni”.
Quali vantaggi concreti, anche in termini di riduzione del rischio sanzionatorio o reputazionale, derivano dall’adozione del TCF per le imprese?
“L’adozione di un TCF certificato, in caso di verifiche, comporta in sé e per sé una valutazione favorevole da parte del Fisco, che può portare a una riduzione del rischio sanzionatorio, alla possibilità di ottenere premialità nei controlli e, in prospettiva, a una gestione più agevole di contenziosi e contraddittori. Inoltre, rafforzare la trasparenza fiscale aiuta a proteggere la reputazione aziendale, un asset sempre più strategico. Infine, per le Società dotate dei requisiti dimensionali e di fatturato previste dalla normativa, il TCF certificato consente di richiedere l’adesione al regime di adempimento collaborativo con l’Agenzia delle Entrate”.
Quali sono i requisiti minimi per implementare un Tax Control Framework efficace e certificabile? Serve una struttura organizzativa particolarmente complessa?
“Le recenti circolari dell’Agenzia delle Entrate ammettono e incoraggiano modelli di controllo del rischio fiscale proporzionati alle dimensioni e complessità dell’impresa. Ciò significa che anche le imprese meno strutturate hanno la possibilità di implementare un modello su misura, efficace e certificabile, senza oneri eccessivi. Non è necessario, quindi, avere una struttura mastodontica. Ciò che serve è un approccio consapevole e sistematico: definizione chiara delle responsabilità, mappatura dei rischi fiscali, procedure documentate, strumenti di monitoraggio e formazione interna”.
Come cambia il rapporto tra impresa e fisco con l’introduzione di questo strumento? Si può parlare di un nuovo paradigma di cooperative compliance in Italia?
“Assolutamente sì. Il TCF segna un’evoluzione storica nella tradizionale dialettica tra contribuente e Amministrazione Finanziaria, che passa da una logica puramente accertativa a una di fiducia reciproca e collaborazione preventiva. L’imprenditore che sceglie di aderire al regime del TCF instaura un dialogo preventivo con l’Amministrazione finanziaria, condividendo apertamente anche eventuali incertezze interpretative sulle norme fiscali. È un primo passo concreto verso la prospettiva moderna della cooperative compliance, dove il fisco non è più solo controllore, bensì è un interlocutore di supporto al contribuente, con il quale collabora in via preventiva”.
















