Andrea Prete, il presidente di Unioncamere

di Alfonso Ruffo

La riforma camerale è in dirittura d’arrivo, l’intero sistema è impegnato nella migliore attuazione possibile del Pnrr e nella ricerca di soluzioni per fronteggiare il caro energia, l’autonomia differenziata è una sfida da cogliere, il nuovo capitalismo deve essere rispettoso di ambiente e territorio, le imprese vanno accompagnate nella transizione digitale e green: di questo e molto altro Economy ha conversato con il presidente di Unioncamere Andrea Prete.

Presidente, lei è un veterano del mondo camerale che conosce molto bene dal di dentro. C’è qualcosa che l’ha stupita quando è diventato presidente di Unioncamere?
Avevo già ricoperto l’incarico di vicepresidente vicario di Unioncamere, quindi avevo avuto modo di conoscere a fondo il sistema. Certo, quando sono stato eletto alla guida di Unioncamere, il contatto con i territori è diventato ancora più stretto e frequente e questo mi ha consentito di conoscere meglio le tante realtà economiche del nostro Paese, con le loro specificità, eccellenze e anche debolezze. E sì, in alcuni casi, è stata una splendida scoperta.

Lei ha ereditato la missione di accorpare le Camere in modo che da 105 diventino 60. A che punto siamo del percorso?
Siamo agli sgoccioli ormai. Le Camere saranno 68 a novembre con l’accorpamento di Catanzaro, Vibo Valentia e Crotone. Mancano gli ultimi accorpamenti in Lombardia, Emilia Romagna, in Puglia e in Sicilia. Contiamo di chiudere tutto presto.

Senza peli sulla lingua ha spesso denunciato l’attività di chi ha frapposto ostacoli al raggiungimento degli obiettivi. È riuscito a limitarne l’influenza?
Guardi, quello che ho sempre ripetuto è che non sono certo stato un fautore di questa riforma. Ma una volta decisa, va portata a termine senza sì e senza ma. Dobbiamo abituarci al fatto che le leggi si rispettano, soprattutto quando ad esse hanno fatto seguito sentenze del Tar, del Consiglio di Stato e perfino della Corte Costituzionale. Non è accettabile che qualcuno ritenga di salvaguardare il proprio campanile quando già oltre 60 Camere sono state coinvolte negli accorpamenti. Tra l’altro, chi si è accorpato ha avuto benefici in termini di efficienza e di maggior capacità di dialogo con gli interlocutori locali.

Quale altra sfida si trova ad affrontare in un momento di massima turbolenza come quello che stiamo attraversando?
Quella di riuscire a dare sempre di più un contributo concreto alla soluzione dei problemi delle nostre imprese. Il sistema camerale è parte attiva nell’attuazione di alcune linee di lavoro del Pnrr, ad esempio sul fronte del digitale, della transizione ecologica, della transizione energetica, del sostegno alle aree colpite dai recenti terremoti, a favore delle imprese femminili e giovanili. Il fatto è che oggi le imprese combattono una battaglia per la sopravvivenza legata all’innalzamento dei costi energetici. Temo che questi eventi incidano negativamente sulla capacità di innovare, non cogliendo le opportunità delle risorse economiche messe a disposizione. Questo vorrebbe dire perdere il treno per il futuro.

Qual è il possibile contributo di Unioncamere e delle singole Camere di commercio nel fronteggiare la crisi energetica ed economica?
Già sono molte le iniziative a livello territoriale. Come Unioncamere stiamo promuovendo l’efficientamento, le comunità energetiche, la semplificazione per accelerare sul fronte delle rinnovabili e favorire ogni insediamento di energia per aumentare l’indipendenza del Paese dalle fonti tradizionali.

Teme un autunno e un inverno freddi per temperatura e calo della domanda?
Nasco imprenditore prima che presidente di Camera di commercio e di Unioncamere. E gli imprenditori non possono essere pessimisti, altrimenti dovrebbero fare un altro mestiere. Certo le difficoltà ci sono e sono molte. Sul fronte dell’energia bisogna sostenere l’efficientamento. Ottimizzare i consumi è la strada più immediata per affrontare questa emergenza. Temo anche l’innalzamento dell’inflazione. Riduce il potere d’acquisto delle famiglie, deprime i consumi, innesca spirali negative che si riflettono poi sui settori produttivi. L’inverno potrebbe essere un po’ freddo, insomma, ma il sistema produttivo italiano ce la farà.

Come ha ricordato, lei è prima di tutto un industriale manifatturiero. Si sta facendo il possibile per scongiurare gli effetti del caro energia?
A livello italiano direi di sì. Certo si dovrebbe risolvere una grossa incongruenza: quella di pagare le energie alternative al costo – ora esorbitante – del gas. Disaccoppiare le tariffe per le fonti energetiche, tradizionali e rinnovabili, avrebbe l’effetto di ridurre i costi. Insomma, un vantaggio enorme per cittadini e imprese. E poi serve introdurre il tetto al prezzo del gas.

In un mondo di incertezze, quale ruolo spetta agli organi intermedi per tentare di tenere unito il Paese?
I corpi intermedi hanno il compito di raccogliere le esigenze delle imprese e sottoporle ai tavoli delle istituzioni affinché siano date risposte coerenti a questi bisogni.

Lei ha un’estrazione meridionale. L’autonomia differenziata è un problema o una soluzione alla crescita nazionale?
Intervenendo al Meeting di Rimini, ho detto una cosa che ha fatto un po’ scalpore. Nei giorni precedenti, il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, aveva detto di desiderare che tutti i lombardi avessero le stesse possibilità. Chiosando questa frase, a Rimini ho detto che se Fontana fosse presidente del Consiglio sarei contento, perché si impegnerebbe affinché tutti gli italiani abbiano le stesse possibilità. L’autonomia differenziata non mi spaventa. L’essenziale è che non faccia nascere territori di serie A e territori di serie B, passando per esempio dalla spesa storica ai costi standard.

Agli imprenditori riuniti in assemblea il Papa ha chiesto di combattere con più convinzione le disuguaglianze. È una battaglia che si vuole e può vincere?
Si deve vincere. Disuguaglianze legate al genere, al luogo di nascita, al credo religioso o all’appartenenza politica non sono accettabili in un Paese moderno come il nostro.

Come recuperare al lavoro i giovani che sembrano disertare l’impegno in azienda lamentando trattamenti inadeguati?
Il salario minimo non ci spaventa. Certamente occorre far coincidere di più e meglio la formazione con le esigenze delle imprese. Solo così si può contribuire a rilanciare l’occupazione giovanile.

Il capitalismo come lo conosciamo, ha detto il Pontefice, mostra molte crepe. Saremo capaci di ripararlo prima che sia troppo tardi?
Il capitalismo che abbiamo conosciuto credo sia ormai alla corda. Nel mondo Occidentale si sta affermando un modello di sviluppo più rispettoso dell’ambiente e delle comunità. Le catene del valore – anche per gli effetti della guerra in Ucraina – si stanno accorciando, la logica del profitto a tutti i costi non può reggere la sfida delle nuove sensibilità e dei nuovi stili di consumo. Direi che questo è un momento storico difficile ma entusiasmante sotto molti aspetti. Forse tra qualche anno potremmo essere persino migliori di oggi.

Con la pandemia e poi con la guerra anche il processo di globalizzazione conosce un forte cambiamento. È un bene o un male?
Dipende dai punti di vista, ovviamente. Ma se arriveremo a quel modello di capitalismo che io auspico, più vicino ai territori, più rispettoso dell’ambiente e delle risorse naturali, credo sarà un bene. Il caso della crisi energetica è emblematico. Ora dobbiamo tamponare questa emergenza con ogni sforzo possibile, ma proprio questa emergenza ha messo in evidenza quanto il nostro Paese dipendesse dalle risorse di gas provenienti da un unico fornitore, la Russia. Questa consapevolezza può essere il passo per accelerare sul fronte della diversificazione delle fonti di energia.

A quale obiettivo vorrebbe ancorare la sua presidenza?
Aver accompagnato il maggior numero possibile di imprese verso la transizione digitale e green.