Ray Dalio, Fondatore di Bridgewater

Stavolta la pagella del trimestre è senza appello: una parte degli hedge funds, il primo 10% per risultati, chiude la stagione degli esami con una performance eccellente, con un guadagno del 24 % abbondante. Ma il risultato dei bocciati, cioè il 10% dei peggiori, è altrettanto clamoroso: -15,3%, una batosta incredibile che ha coinvolto alcuni dei fondi più rinomato, tipo il Tiger Global che ha lasciato sul terreno addirittura il 34%. Mai, probabilmente, è stata così larga la forbice tra i buoni ed i cattivi. Ed è inevitabile che il dato finirà con il riflettersi sui conti delle gestioni. E, di riflesso, sui nostri portafogli: chi più chi meno dovrà fronteggiare minusvalenze inattese, nella speranza di una rapida riscossa. Il cliente finale, però, non ne avrà troppo danno: in media l’industria ha perduto solo lo 0,3% nel trimestre, un risultato accettabile in una stagione eccezionale, anche perché i fondi maggiori hanno fatto meglio degli altri. Le perdite, insomma, saranno annacquate in botti di vino buono.

Ma sorge spontanea una domanda: come spiegare risultati così divergenti? La spiegazione riferita dal Financial Times lascia davvero a bocca aperta. I vincitori si sono fidati, senza far troppe domande, dell’intelligenza artificiale. Al contrario, la guida dell’uomo, anche dei gestori più esperti, si è rivelata incerta. Come è possibile? In estrema sintesi, dopo un avvio d’anno molto difficile per tutti, specie dopo lo shock dell’invasione dell’Ucraina, una parte dei gestori, nel tentativo di limitare le perdite, ha ridotto l’esposizione sul mercato americano e rivisto al ribasso la leva finanziaria. In questo modo, però, ha in buona parte fallito il rally di marzo. Insomma, la prudenza ha giocato un brutto scherzo ai gestori che avevano messo in conto nuovi ribassi. Al contrario, i fondi computer driven, i macro fund guidati dalla logica dei quanti, che basano le strategie di investimento su robot che interpretano i numeri ma non leggono le notizie dall’Ucraina, hanno mantenuto i nervi a posto ed interpretato correttamente la situazione che si andavano creando sui mercati, tra rialzi dei rendimenti dei mercati obbligazionari e tensioni sul fronte delle materie prime.

«Le macchine non sono afflitte dalle paure di fare la cosa sbagliata – commenta Michael Edwards, analista di Weiss Capital – o di pregiudizi che affliggono i gestori in carne ed ossa”. A vincere la sfida sono stati i fondi che si basano su algoritmi per interpretare le tendenze dei mercati monetari, che hanno approfittato delle massicce ed impreviste vendite dei titoli obbligazionari americani e hanno lucrato grosse profitti sull’inversione della curva dei rendimenti tra titoli a breve e a lungo. Tra i vincitori spiccano nomi sconosciuti come Bh-Dg Systematic Trading (+23% grazie all’allungo di fine marzo) o Leda Braga (+18%). Ma non manca un big: Bridgewater, gigante da 150 miliardi gestiti in hedge fund fondato da Ray Dalio, che ha messo a segno un rialzo del 6% abbondante grazie alle scommesse sull’evoluzione dei tassi di interesse, dei bond (specie i Treasury a due anni passati dallo 0,7al 2,4% nel giro di poche settimane) e puntando forte sull’impennata delle materie prime.L’intelligenza artificiale, insomma, ha vinto. Almeno per ora. Vedremo più avanti perché un conto è individuare i megatrend, altro prevalere sui listini azionari in cui, almeno nel breve, agiscono fattori diversi in cui la geopolitica o le manovre locali di potere possono avere un peso rilevante se non determinante. Ma la sensazione è che ormai i mercati siano dominati  da forze nuove, scatenate dalla tecnologia, il genio ormai uscito dalla lampada, lanciato su territori nuovi (il metaverso), forte di un potere indipendente dalle banche centrali, con cui dovremo fare i conti sotto i cieli dell’inflazione. Senza dimenticare che i robot non fanno sconti.