GIORGIA MELONI, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Con il 4 settembre il governo Meloni ha superato i 1.412 giorni di quello Berlusconi, conquistando il primato di durata degli esecutivi della storia della Repubblica. Si tratta di un traguardo da non sottovalutare, ma neppure da esaltare acriticamente. Per ridimensionarne la portata basterebbe constatare che manca oltre un anno alla fine regolare della legislatura e già da mesi il clima politico è quello della campagna elettorale. Tutto è bloccato, tengono banco la legge elettorale, le diatribe interne alle coalizioni – “Vannacci sì-Vannacci no” da un alto, il tormentone sulla leadership del campo largo ed eventuali primarie, dall’altro – e le polemiche stile “Lavitola-Ranucci story”, mentre sullo scenario internazionale si recitano copioni deprimenti, come quello che ci ha visto in contrasto con Spagna e Germania sui migranti. Di riforme strutturali neppure l’ombra, né quelle sbagliate la cui evocazione aveva portato Meloni alla vittoria nel 2022 – sulle quali, per fortuna, la presidente del Consiglio ha glissato, peraltro senza un minimo di revisione autocritica, quando il duro impatto con le esigenze di governo le hanno imposto un po’ di realismo – né tantomeno, purtroppo, quelle di cui il Paese ha drammaticamente bisogno.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Insomma, la tanto decantata stabilità è semplice longevità che non serve a curare la crisi strutturale del sistema politico italiano, ma anzi ha l’effetto pernicioso di occultarla rimandandone il decesso. Eppure, mai come ora il fallimento del bipolarismo all’italiana appare evidente. Perché, come ha osservato il professor Giovanni Orsina, “non ha alcun senso ragionare di politica italiana se non si parte dal quadro internazionale”, ed è proprio questa la lente che rende palese il fatto come un paese fondamentale per l’Europa e l’Occidente come l’Italia non si possa permettere l’esistenza di un assetto politico in cui le due coalizioni fondamentali che lo compongono siano fortemente condizionate dalla presenza in ciascuna di esse di forze che intrattengono rapporti – politici, culturali, finanziari, organizzativi – con la Russia. La Lega di Salvini, il neo partito del Generale Vannacci, i 5stelle di Conte hanno legami con Putin, la sua intelligence, le strutture moscovite che si occupano di influenza internazionale. Si tratta di una situazione addirittura più compromettente di quella già grave esistente ai tempi dell’Unione Sovietica e del Pci, per il semplice motivo che allora c’era sì la Guerra Fredda, ma si trattava di un conflitto che non è mai degenerato militarmente, mentre oggi la Russia ha invaso l’Ucraina e dichiarato guerra, sotto varie forme tanto da prendere il nome di “ibrida”, all’intera Europa. Ergo la Russia è un paese che ci è attivamente nemico, con il quale non è accettabile avere il benché minimo compromesso, neppure di oggettiva collusione politica.

A tutto questo si aggiunga l’inadeguatezza delle altre forze, compreso quelle sinceramente europeiste, a dare risposte convincenti alla drammatica crisi dell’ordine internazionale che stanno producendo il neo-imperialismo sovietico di Putin, da un lato, e dall’altro la folle distruzione della solidarietà euro-atlantica da parte di Trump, cui si accompagna un’inaudita torsione anti-democratica sul piano interno. Così, sembrano predominare, da una parte il sovranismo ostentato e il nazionalismo strisciante – terreno di coltura di slogan cui i cittadini più fragili e spaventati si aggrappano – e dall’altro un mix di populismo da spesa pubblica facile, di pacifismo a senso unico e di cultura woke (peraltro di serie B). Filoni di pensiero (si fa per dire) che frenano la ricerca di nuovi equilibri e di rinnovati meccanismi di solidarietà internazionale, in un mondo che si palese sempre più grande – si pensi alla dimensione di chi domina le tecnologie del futuro – per essere gestito da Stati-nazione, che ritardano l’emancipazione (anche e prima di tutto militare) dell’Europa e che rallentano l’evoluzione di un sistema economico e finanziario che mostra tutta la sua arretratezza.

Insomma, affrontiamo l’autunno che porterà alle elezioni – che s’incroceranno con quelle francesi e spagnole e con le difficoltà politiche tedesche – con un carniere di scarsi risultati acquisiti e con prospettive incerte, perché il nostro sistema politico-istituzionale (con l’eccezione del Quirinale, che però è destinato a entrare presto nel tritacarne della lotta politica) risulta del tutto impari alle sfide da affrontare. E non saranno l’illusione delle leadership personali (tantomeno all’insegna del nuovismo) e la scorciatoia di consenso virtuale creato con marchingegni elettorali maggioritari, a darci la soluzione. Il lavoro da fare è lungo e difficile, ma non impossibile. Per cominciare, nel paese dell’ipocrisia e del trasformismo, dire la verità per fare una giusta diagnosi dei nostri mali, è il primo indispensabile passo.

e.cisnetto@terzarepubblica.it