Avete un’impresa manifatturiera e volete venderla, o al contrario rifinanziarla per farla crescere? O invece producete beni di largo consumo – prodotti per la cura della della casa e della persona – e avete la stessa intenzione. Ebbene, siete avvantaggiati: le vostre tipologie produttive sono quelle che piacciono di più ai fondi di “private equity”, quegli investitori privati che sono diventati famosi per aver adocchiato e comprato in tutto o in parte, facendole crescere, aziende di successo come Moncler, Optima, Mutti, Kos, Fortesan, Boccaccini e molte altre.

Sono solo alcuni dei dati, per certi versi sorprendenti, contenuti nel sedicesimo “Rapporto Pem” (in sigla: Private Equity Monitor) curato dall’omonimo osservatorio dell’Università Carlo Cattaneo Liuc, partner scientifico di Economy.

Aderenza al mercato

Attenzione: non è “aria fritta”, come spesso gli imprenditori pensano che sia questo genere di lavori delle università. Tutt’altro: c’è una forte e costante aderenza al mercato, quello vero, dietro questi dati. Leggendoli in trasparenza chiunque può capire se la propria azienda è adatta o meno ad attrarre investimenti: sia per vendere, sia per finanziare la crescita. Il che, di questi tempi, può essere un toccasana.

Ma cosa si intende per “private equity”? Lo chiarisce bene l’Osservatorio, nelle premesse sulla sua attività: si tratta di “investimenti realizzati da investitori istituzionali nel capitale di rischio. Le operazioni monitorate sono di quattro tipi: investimenti per passaggio di proprietà, per crescita, per riconversione gestionale o per risanamento aziendale (Expansion, Buy out, Replacement e Turnaround). Da notare, che tra il 2000 ed oggi l’Osservatorio ha monitorato e studiato ben 1.500 operazioni di investimento realizzate a partire dal 1998 (un database disponibile on line previo abbonamento).

Un buon trend

Ebbene, diciamo subito che il 2016 ha confermato la decisa ripresa delle attività del settore registrata nel 2015, con 100 operazioni concluse, in linea con le 108 del 2015 e bel lontane dalle poche del 2013: solo 63. Si è trattato prevalentemente di acquisizioni di controllo (buy out): cioè le aziende hanno cambiato padrone (meno frequenti le operazioni riferite a pacchetti azionari di minoranza). Curioso esaminare la classifica degli operatori d’investimento più attivi del 2016: il principale è stato Hellmann&Friedman, un fondo basato a San Francisco  che chiude con 5 operazioni, famoso per l’acquisizione della società di software marchigiana TeamSystem e quest’anno per aver rilevato, insieme con il fondo di Singapore Gic,  per 1,8 miliardi la Allfunds Bank, piattaforma distributiva multimanager di prodotti di asset management rivolta a investitori istituzionali, controllata al 50% da Intesa Sanpaolo, che ha maturato 800 milioni di euro di plusvalenza.

Insomma, il made in Italy di marca fa gola, a dispetto dei problemi del Paese attestati anche dal declassamento inflittoci da Fitch

Con 3 investimenti ciascuni seguono Aksìa, Alto Partners SGR, Ardian, Consilium SGR ed Investindustrial. Tra le grandi operazioni firmate il turnaround della Ducati, gli investimenti in Artsana, Aston Martin, Flos, Sergio Rossi, Valtur e molti altri. Ma non solo questi pochi grandi nomi gli operatori italiani del private equity: anzi. In termini di offerta, il rapporto Pem conferma il numero di operatori attivi in Italia, che si attesta a quota 85 considerando sia i Lead che i Co-investors (+2% rispetto al 2015). Il rapporto tra operazioni concluse e numero di operatori risulta, pertanto, pari a 1,2 (vs 1,4 nel 2015). Inoltre, l’anno scorso si conferma il ruolo di assoluto rilievo degli investitori esteri (ben il 54% delle operazioni è stato concluso da fondi non domestici, in leggero aumento rispetto al 53% del 2015). Insomma, il made in Italy di marca fa gola, a dispetto dei problemi del Paese attestati anche recedentemente dal declassamento inflittoci da Fitch. Parallelamente, risulta in aumento il livello di concentrazione nel 2016: 23 operatori hanno raccolto intorno a sé il 50% dell’attività d’investimento, rispetto ai 26 del 2015.

Famiglie venditrici

In termini di deal origination – cioè di volontà di origine dell’affare  – non emergono particolari inversioni di tendenza: le imprese private e familiari, registrando un incremento delle preferenze (70% nel 2016, rispetto al 61% nel 2015), continuano a rappresentare molte delle opportunità di investimento. Le cessioni di rami d’azienda di imprese italiane scendono dal 13% all’8%.

COME DEVONO ESSERE LE AZIENDE PER ATTRARRE IL PRIVATE EQUITY

• I settori che piacciono

Dunque appartiene al settore manifatturiero il 27% delle aziende che hanno convinto i fondi di private equity ad investire in esse. Al 14% si collocano le aziende del largo consumo e al terzo posto, col 10%, quelle del settore alimentare e quelle legate alla cura della persona. Al quarto posto in questa graduatoria di attrattiva settoriale si collocano le aziende Ict (information communication technology (8%), in vista anche il settore dei servizi finanziari (7%), abbastanza attivi anche quelli del commercio al dettaglio e all’ingrosso e delle utilities (rispettivamente, 4% e 3%). In calo il terziario, che scende dall’11% al 7%. Il 69% degli investimenti si è indirizzato verso imprese che non superano un fatturato di 60 milioni di euro, in aumento rispetto a quanto registrato lo scorso anno (63%), ma cresce il peso delle realtà tra 31 e 60 milioni di Euro (21% vs 16%).

• Il fatturato medio

Significa che non è indispensabili essere grandi aziende per farsi comprare. I deal su aziende di grandi dimensioni hanno rappresentato appena l’8% del mercato, anche in aumento rispetto al 2015: tra questi, si ricordano quelli di grande rilevanza conclusi per Artsana e Setefi.

• La reddittività che fa gola

Si sa che sul mercato delle compravendite di aziende, il parametro di riferimento fondamentale per stabilire un prezzo è quello dell’Ebitda, che in italiano si traduce con “margine operativo lordo” ma che nella sigla inglese più precisa significa: earnings before interest tax depreciation and amortization, cioè l’utile generato dall’attività industriale prima di essere ridotto dagli interessi passivi su debiti e finanziamenti, dalle tasse, dalle svalutazioni degli asset e dagli ammortamenti. Ebbene, i prezzi di compravendita – secondo l’Osservatorio – sono stati in media pari a 7,9 volte l’Ebitda delle aziende acquisite. Insomma, se un’azienda fattura 10 milioni e ne produce 2 di ebitda, vale 15,8 milioni di euro.

• Il prezzo rispetto ai ricavi

Se invece si studia il rapporto tra i prezzi pagati, si scopre che esso è stato in media pari a 1,3. Quindi un’azienda che fattura 10 milioni è stata pagata 13. Naturalmente questo dato va incrociato con quello precedente, sul rapporto con l’Ebitda e con tutti gli altri – notorietà, patrimonio eccetera – che concorrono alla definizione del prezzo finale.

IL MERIDIONE, ETERNO FANALINO DI CODA

Ma in quale aree territoriali si concentra l’interesse dei fondi di private equity? Domanda retorica: dove c’è più business. E dove c’è un mercato finanziario popolato di vari protagonisti.

Leadership lombarda

Per questo, sul fronte della distribuzione regionale, la Lombardia è e si conferma anche nel 2016 la regione che da sempre risulta essere il principale bacino per gli operatori, nel corso del 2016 ha rappresentato il 39% del mercato. Basti pensare che dal 2000 ad oggi – da quando cioè opera l’Osservatorio Pem – si sono svolte in Lombardia 554 operazioni contro le 204 della seconda regione, che è l’Emilia Romagna.

Veneto in ripresa

Complice forse anche il passaggio generazionale, che da spesso una buona rsgione per vendere all’imprenditore, il Veneto ha visto raddoppiare nel 2016 le operazioni sulle sue aziende.

Puglia ultima

Nel Mezzogiorno, nel corso del 2016 si sono chiuse appena cinque operazioni, di cui quattro in Campania ed una in Puglia. Eppure si tratta di un balzo rispetto all’anno prima, in cui erano state appena tre.