Il commercio internazionale entra in una nuova fase di incertezza e, questa volta, il nodo non riguarda soltanto dazi o tensioni geopolitiche, ma anche il possibile costo di attraversamento dei principali chokepoint marittimi del pianeta. Per un Paese fortemente orientato all’export come l’Italia, l’introduzione di nuovi pedaggi commerciali o di restrizioni lungo le grandi rotte navali potrebbe tradursi in un impatto economico di dimensioni rilevanti. Secondo il White Paper “Pedaggi sugli stretti commerciali e impatto sull’export italiano”, realizzato da Promos Italia, una quota compresa tra il 25% e il 35% delle esportazioni nazionali risulta potenzialmente esposta ai principali passaggi strategici del commercio mondiale.

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Export sempre più dipendente dalle rotte strategiche

Nel 2025 l’Italia ha esportato beni per 644 miliardi di euro, registrando una crescita del 3,3% rispetto all’anno precedente e un surplus commerciale di 50,7 miliardi. Una parte significativa di questo risultato deriva dai mercati extraeuropei, che hanno generato un avanzo di 56,2 miliardi di euro e dipendono in larga misura dai collegamenti attraverso Suez, Hormuz, Malacca, Panama, Bosforo-Dardanelli e gli stretti danesi. Proprio lungo queste direttrici potrebbero concentrarsi nuovi costi di attraversamento destinati a modificare gli equilibri logistici globali.

Tre scenari, dai rincari ai rischi sistemici

L’analisi individua tre possibili scenari. Nel quadro più favorevole, caratterizzato da pedaggi limitati e senza interruzioni operative, l’extra costo annuale per l’export italiano oscillerebbe tra 1,6 e 4,5 miliardi di euro. In uno scenario più critico, con maggiori oneri e deviazioni delle rotte, l’impatto salirebbe fino a 11,3 miliardi. L’ipotesi più severa, che considera restrizioni temporanee o quasi blocchi dei principali passaggi marittimi, potrebbe invece coinvolgere un volume di esportazioni fino a 225 miliardi di euro, mettendo sotto pressione intere filiere produttive e la competitività del Made in Italy.

Le filiere più vulnerabili e il peso sulle PMI

A risultare maggiormente esposti sono i comparti ad alto valore aggiunto e quelli caratterizzati da filiere internazionali particolarmente complesse. Tra questi figurano farmaceutica, macchinari, agroalimentare, moda, lusso, arredo, metalli e mezzi di trasporto non automotive. In questi settori, oltre all’aumento dei costi logistici, incidono i ritardi nelle consegne, che possono compromettere programmazione produttiva, stagionalità, shelf-life e affidabilità commerciale. Le conseguenze ricadrebbero soprattutto sulle piccole e medie imprese, che dispongono di margini più ridotti per assorbire aumenti di noli, assicurazioni e tempi di trasporto: un’azienda con 10 milioni di euro di export potrebbe sostenere costi aggiuntivi compresi tra 100 e 200 mila euro nello scenario moderato, fino ad arrivare a circa 1 milione di euro nello scenario più critico.

Diversificare mercati e logistica per rafforzare la competitività

Per limitare gli effetti di possibili shock, lo studio suggerisce una serie di interventi operativi: diversificare porti e corridoi logistici, rafforzare il ricorso alla ferrovia e agli hub regionali, inserire nei contratti clausole dedicate a sovrapprezzi e ritardi, monitorare costantemente noli, premi assicurativi e costi energetici, oltre a riequilibrare fornitori e scorte strategiche. Come sottolinea il presidente di Promos Italia, Giovanni Da Pozzo, la resilienza della supply chain rappresenta ormai un fattore competitivo tanto quanto qualità, innovazione e design. In un contesto internazionale sempre più instabile, la capacità di garantire continuità nelle consegne rischia di diventare uno degli elementi determinanti del successo del Made in Italy.