Il Pd vincerà per abbandonoin un’Italia col centrodestra in tilt
I leader del centrodestra- da sinistra Tajani, Salvini e a destra Meloni, col candidato sindaco a Roma, Michetti

Il Pd vincerà per abbandono
in un’Italia col centrodestra in tilt
 
Per essere una “prova generale” dei rapporti di forza politica nel Paese, alle amministrative di domani e dopodomani mancano molti elementi. Non c’è un regista, e questo andrebbe anche bene; ma non ci sono i veri protagonisti, in scena. Salvo uno, che però non riesce a porsi come primattore e sembra rimasto lì, da solo sotto i riflettori, come un eroe per caso: Enrico Letta.
Il Pd si avvia a vincere a Milano con un sindaco che non ha voluto il suo simbolo nella sua lista, pur prendendone i voti. Ha buone chanche per arrivare al ballottaggio a Roma, ma vede contrapposti due ex ministri che erano stati designati da due diverse segreterie dello stesso Pd; vince a Napoli al 99% perché il centrodestra non ha voluto o saputo impegnarsi sul serio a fianco del suo virtuale candidato.
La verità insomma è che il Pd sta per vincere per abbandono del centrodestra. Il che apre un grave problema per il Pd, che da questa vittoria non potrà trarre slanci utili alla ormai vicina sfida nazionale della primavera 2023; ma rivela un enorme problema – non lo apre, perché era già chiaro da tempo a chi voleva vederlo, ma appunto lo rivela – nel centrodestra.
Un problema che ha due nomi: Berlusconi e Salvini.
Il primo, al di là dell’età avanzata e delle condizioni psicofisiche conseguenti (ironie satiriche di Crozza a parte, è evidente che il Cavaliere è l’ombra di se stesso), consiste nel fatto che è giunto al pettine il modo della successione mai gestita dal fondatore di Forza Italia. Il leader proforma, Antonio Tajani, sarà anche una brava persona con una storia politica lunga ma è del tutto inadeguato al compito schiacciante di succedere al capo, per totale mancanza sia di leadership personale che di base elettorale; e poco possono quel certo numero di comprimari, peraltro indecisi a tentare l’affermazione personale nazionale, fra i quali Giovanni Toti, che pure ha dimostrato sul campo di essere un bravo governante regionale.
Il campo della Lega è invece terremotato. Al di là del peso che si voglia dare all’asserita spaccatura tra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, una cosa è indiscutibile: sull’immigrazione, sui lockdown, sul greenpass, il segretario ha assunto – sin dall’inizio del ritorno nella compagine di governo con il nuovo premier Draghi – una posizione ambigua, di governo appunto ma insieme di lotta. E’ una sindrome italiana tipica, la si ricorda della Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti nei confronti dell’Ulivo di Romano Prodi, dell’An di Gianfranco Fini nei confronti del Polo delle Libertà di Silvio Berlusconi…niente di nuovo sotto il cielo, solo la pretesa di detenere spicchi di potere legati alla partecipazione ad una maggioranza e ad una compagine di governo ma, insieme, conservarsi ambiti di opposizione, concentrati su temi specifici dell’azione di governo, sui quali tentare di raccogliere anche il consenso dell’opinione pubblica anti-governativa.
Un pateracchio ambiguo che non ha mai funzionato. E del resto, però, la coabitazione di Forza Italia e della Lega con Fratelli d’Italia nello schieramento nazionale del Centrodestra è la faccia nascosta e imbarazzante anche per Silvio Berlusconi di quella stessa ambiguità, perché Fratelli d’Italia all’opposizione ci sta senza tentennamenti e ne sta anche probabilmente lucrando il consenso e pagando le conseguenze mediatico-giudiziarie, peraltro meritate o almeno inevitabili vista l’indulgenza pelosa del partito verso le frange (e che frange) nazifasciste che lo animano.
Salvini, che le malelingue (sue) vicine di casa giudicano “un militante che ce l’ha fatta” e niente di più, non ne imbrocca una dai tempi del (tragicomico) diktat del Papeete: da allora in poco più di due anni ha moltiplicato le facce (da alleato di Conte a suo acerrimo nemico; da re dei sovranisti ad azionista di un governo che più europeista non si può), dimezzato i consensi nei sondaggi e raccolto guai come fossero funghi, dal Russiagate all’ultimo cerino che gli è esploso in mano e che si chiama Morisi Luca, suo spin doctor e deus ex machina della “Bestia” finito (sebbene in tempi sospetti pre elettorali) nel tritacarne per una storiaccia di droga e sesso. Abbastanza insomma per indebolire un Capitano sempre più a rischio di essere degradato a sergente. Anche se nella Lega, dicono i ben informati, le fronde sono più rare dei terzomondisti e del resto di leader diversi all’orizzonte non se ne vedono, posto che Giorgietti ha testa ma difetta in cuore, e Zaia non pare davvero interessato a uscire dalla sua dimensione di ras di provincia. Ci sarebbe il giovane rampante Fedriga che a Trieste scalpita ma di strada davanti ne ha parecchia….
Dunque oggi la destra ha un ex leader, Berlusconi; un leader in estrema difficoltà e in sicuro declino elettorale, Salvini, e vedremo i numeri ma è chiaramente crisi; e una leader alternativa ma  inverosimile, la Meloni, perché non si può stare in Europa da post-fascisti.
Era quasi inevitabile, per un centrodestra così sgangherato, abbandonare il campo delle amministrative, per quanto resti stupefacente la disinvoltura con cui i tre partiti di centrodestra abbiamo visibilmente rinunciato addirittura a provarci a Milano, ripiegando su un candidato insignificante che non ha nessuna carta per vincere, a dispetto del fatto che al turno precedente, nel 2016, Stefano Parisi – bravo manager e candidato credibile ma romano sia di nascita che gravitazioni – avesse sfiorato il successo, finendo sconfitto per un pugno di voti. Ma tant’è: manco ci hanno provato.
Grazie a questo centrodestra disertore, resta da solo al centro di questa prova generale elettorale Enrico Letta con il suo Pd, partito confuso e balbettante ma legato pur sempre ad una tradizione elettorale che vede nella soglia del 20% su scala nazionale una sorta di inscalfibile zoccolo duro, nutrito da decenni di vita di sezione ma anche da quarant’anni di sottopotere, dal compromesso storico in poi, e dunque da legami, da abitudini, da tic. In definitiva, la nuova democrazia cristiana, senza scudo e senza croce anche se con molte spine.
Un centrosinistra paradossalmente ancorata al premier Draghi, che certamente di sinistra non è mai stato; un centrosinistra disancorato invece dalla sua confederazione sindacale di riferimento, collocata dal suo leader Maurizio Landini su posizioni più nette e ”rosse”. Un centrosinistra povero di leader territoriali gestibili, basti pensare alle linee imprevedibili ed autoriferite di Vincenzo De Luca in Campania, Michele Emiliano in Puglia e dello stesso Stefano Bonaccini in Emilia Romagna. E tuttavia, come il banco al Casinò, questo centrosinistra in questo quadro politico non può perdere. Vince di default, sia pur per poco.
P.S.: non è un caso che di Cinquestelle non si riesca a parlare, a proposito del voto di domani. A Roma potrebbe esserci la sopresa Raggi-bis, per il buon lavoro porta-a-porta fatto dalla sindaca nelle periferie e per l’inconsistenza di Gualtieri e le stamberie di Calenda. Ma la Raggi corre in proprio. Il resto è silenzio, il resto sono voti malpancisti in libera uscita, e la prospettiva del tracollo è matematica: resta da capire “di quanto” sarà questo tracollo, ma certamente non si tratterà di una limatura. La storia ha sempre fatto giustizia degli “Uomini qualunque”.