Il crowdfunding è lo strumento più democratico di raccolta fondi in circolazione perché permette a tutti di avviare una campagna, presentare un progetto e provare a coinvolgere investitori o sostenitori. Lo sanno bene le startup che in questi anni hanno potuto crescere e svilupparsi grazie a questa forma di finanziamento.

Nel corso degli anni lo strumento si è notevolmente evoluto. Gli investimenti (e il numero complessivo di campagne) sono cresciuti portando lo strumento verso una nuova forma di consapevolezza e maturità. Secondo i dati del “Report italiano sul Crowdinvesting” a cura del Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano, a metà di quest’anno il valore storico di raccolta nel nostro Paese ha toccato  gli 1,24 miliardi di euro, mentre negli ultimi dodici mesi la somma raccolta dai portali italiani è stata di 343,79 milioni di euro (-1% rispetto all’anno precedente), dovuto ai recenti avvenimenti internazionali che stano caratterizzando l’attuale momento storico. Questi dati si riferiscono al crowdinvesting che raggruppa equity crowdfunding (raccolta di capitali in cambio di quote societarie) e social lending (sostanzialmente prestiti) e che adesso, in vista del nuovo regolamento europeo, in vigore dallo scorso 10 novembre, cambia pelle e apre nuove prospettive per aziende emittenti e investitori.

«Finora le campagne di equity crowdfunding sono state ospitate da portali regolarmente autorizzati da Consob in Italia e dalle analoghe istituzioni negli altri Paesi dell’Unione Europea, con norme spesso differenti tra uno Stato e l’altro», spiega ad Economy Salvatore Viola, fondatore di Dynamo-lab.com, autore di “Equity crowdfunding, manuale pratico per l’investitore consapevole” (Dynamo Edizioni) ed “Equity crowdfunding, la strategia perfetta” (Franco Angeli Editore), che ha collaborato con successo a oltre 60 campagne sulle più importanti piattaforme di raccolta fin dal 2016. «Oggi, il nuovo regolamento Ecsp (European Crowdfunding Service Providers) permette a tutti i Paesi di operare secondo regole comuni». Per poter operare, ogni portale di raccolta necessita però di una nuova autorizzazione rilasciata nel proprio Paese di appartenenza, ma valida in tutta Europa. Le “vecchie” autorizzazioni nazionali non sono più valide, di conseguenza i portali che non hanno presentato domanda o non hanno ancora ricevuto il via libera per operare in seno alla nuova normativa, di fatto, sono tagliati fuori dal mercato.

In Italia, il Parlamento ha approvato il Decreto Legge che implementa il Regolamento attribuendo poteri di vigilanza a Consob e Banca d’Italia, ma delle decine di piattaforme del Paese solo una piccola parte risulta autorizzata. Il registro Europeo delle piattaforme autorizzate è stato centralizzato presso Esma (European Security and Markets Authority) dal cui sito è possibile controllare in qualunque momento l’elenco dei portali che hanno ottenuto l’approvazione a operare in Europa.

«Le nuove norme europee – continua Viola – fissano una serie di regole comuni, certe e chiare, per proteggere gli investitori ed eliminare quelle barriere che impedivano alle piattaforme di crowdfunding di operare a livello transnazionale. Questo, attraverso l’armonizzazione dei requisiti applicabili quando si opera sul mercato nazionale e negli altri paesi dell’Unione europea. In pratica il nuovo regolamento è una sorta di “passaporto europeo” per il crowdfunding”. Ma quali sono i cambiamenti concreti per aziende, investitori e piattaforme di raccolta? Il primo vantaggio è rappresentato dal mercato unico. L’abbattimento di barriere normative relative a legislazioni nazionali offre ora un immenso terreno di gioco che apre alle startup (e alle aziende in genere) la possibilità di raccogliere fondi da una platea di investitori mai vista prima. Agli investitori garantisce la possibilità di puntare su aziende in raccolta su portali esteri per differenziare ulteriormente il proprio portafogli, potendo però contare su un sistema di vigilanza condiviso a livello europeo. Uno degli aspetti più importanti emersi durante il panel “Crowdfunding Trends: 2023-2030” che si è tenuto a Torino lo scorso ottobre, riguarda la grande voglia diffusa di investire in economia reale. Durante il dibattito, il giurista Alessandro Maria Lerro, fra i massimi esperti italiani di crowdfunding e presidente del comitato scientifico di Assofintech ha spiegato che «oggi gli investitori hanno una voglia tremenda di investire in economia reale. Non ne possono più di titoli sintetici e incomprensibili che spesso neanche lo stesso consulente finanziario riesce a spiegare». Tutto questo costituisce una grande opportunità anche per i portali perché garantisce loro la possibilità di operare cross-border coinvolgendo investitori e aziende europee e quindi non solo del Paese di appartenenza.

La possibilità di raccogliere fondi attraverso il crowdfunding è stata estesa a tutte le società di capitali, rappresentando di fatto un’opportunità importantissima per il tessuto imprenditoriale, non solo italiano, ma di tutta l’UE. Il crowdinvesting è oggi uno strumento maturo e un’opportunità per investire non solo in startup, ma anche in aziende e Pmi che spesso hanno già una propria storia alle spalle e possono rappresentare la scelta più adeguata per un investitore più prudente. Non dimentichiamo, inoltre, che la possibilità di raccogliere capitali fuori dai propri confini nazionali agevola anche quel processo di internazionalizzazione che piace tanto agli investitori ma che può portare anche nuova linfa al business di un’azienda.

«Fra i cambiamenti apportati dal nuovo regolamento – aggiunge Viola – ce n’è un altro molto importante: non è più necessario avere il 5% del capitale raccolto da almeno un investitore professionale per validare la campagna. Sebbene nella nuova normativa esista la figura dell’investitore sofisticato, ovvero ‘un investitore consapevole dei rischi connessi all’investimento sui mercati dei capitali che dispone di risorse adeguate ad assumersi tali rischi senza esporsi a eccessive conseguenze finanziarie’, oggi la sua presenza non è obbligatoria ai fini della validità di una campagna».

Altro cambiamento, che per molti a dire il vero viene visto come un limite, è rappresentato dal tetto massimo di raccolta, passato da 8 milioni a 5 milioni di euro.

Alla luce di questi cambiamenti è chiaro che il nuovo regolamento Ecsp rappresenti una sfida per le piattaforme italiane di raccolta che hanno accumulato (a causa della troppa burocrazia del nostro Paese) un notevole ritardo nell’ottenimento delle autorizzazioni. In Europa, sono un’ottantina i portali autorizzati e alcuni hanno esplicitato il proprio interesse a operare in Italia: fra di essi, colossi come Crowdcube, Wefunder, Fundeen, Enerfip e Crowdhero.

Se l’Ecsp aumenterà i volumi di mercato in tutta Europa, ma richiederà anche collaborazione tra le piattaforme dei vari stati membri. Sicuramente, i portali più piccoli avranno grosse difficoltà e molto di essi saranno costretti a fondersi, riorganizzarsi o chiudere. Per il mercato globale del crowdinvesting è previsto un tasso di crescita annuo del 16,2% dal 2022 al 2030, che potrà toccare i 5,53 miliardi di dollari entro il 2030.