Era inizio novembre, di guerra si parlava a sproposito solo in relazione al Covid-19,  l’energia non aveva intrapreso quel lancio inarrestabile verso l’infinito che ora le aziende si trovano ad affrontare, tra preoccupazioni a far quadrare i bilanci e timori che salti il banco, quando un manager di 34 anni, Cyril Ninnemann, prende in mano le redini della filiale italiana di Bonprix, il gruppo tedesco specializzato nell’ecommerce dell’abbigliamento, non a caso, con i quartieri generali a Valdengo nel cuore del tessile italiano. Subentrava a Stephan Elsner che nei suoi venti anni in Italia ha portato l’azienda a una continua crescita di fatturato e di quote di mercato. Cyril Ninnemann, laureato in scienze politiche a Mannheim con un master in relazioni internazionali alla London School of Economics, ha iniziato nel 2012 a lavorare presso il gigante dell’e-commerce Otto Group, a cui fa capo Bonprix,  ottenendo ottimi risultati in Russia, uno dei mercati più difficili e complessi, e sembra di parlare di un secolo fa. In meno di quattro mesi il nuovo ceo Italia ha confermato la strategia di crescita e l’attenzione quasi maniacale alla sostenibilità, che viene applicata a tutti i processi aziendali e con l’asticella posta sempre più in alto. Il piano di sostenibilità al 2030 è tra i più ambiziosi: annullare completamente il carbon footprint. Questa è la prima intervista che rilascia a un magazine economico italiano. 

Per un gruppo di ecommerce che ha nella logistica – e quindi soprattutto nei trasporti – un fattore centrale, è possibile raggiungere questo obiettivo senza far ricadere i costi sul consumatore finale? 

Confermo che entro il 2030 i siti di Bonprix Italia, i processi di approvvigionamento, la distribuzione e gli hub di dati di terze parti opereranno tutti in modalità «carbon neutral». Del resto, il processo è già iniziato: dal 2006 al 2020 abbiamo ridotto le emissioni di CO₂ del 55%. Entro il 2025 puntiamo a ridurre le emissioni di CO₂ di un ulteriore 40% rispetto all’anno 2018. E quanto alle emissioni di carbonio rimanenti che dovremo compensare, la maggiore riduzione è stata ottenuta spostandoci verso diverse opzioni di trasporto, come le navi cargo. Mi sembra un grande esempio di come i costi e la riduzione del carbonio possano andare di pari passo. 

C’è un problema di sostenibilità anche della materia prima…

Assolutamente, e – sempre entro il 2030 – ci impegneremo a vendere solo prodotti che hanno queste caratteristiche. Le fibre sostenibili sono fondamentali per raggiungere l’obiettivo e la maggior parte di esse sono più costose delle loro alternative convenzionali. Inoltre, l’aumento della domanda è aumentato e rende molti materiali sostenibili, quali il cotone organico e il poliestere riciclato, più difficili da ottenere e ancora più costosi. E’ una grande sfida che stiamo affrontando: convertire quanta più fibra possibile da convenzionale a sostenibile in un breve periodo di tempo, continuando a mantenerci competitivi nei prezzi. Poi, nel lungo termine l’elevata domanda renderà più attraente la produzione di fibre sostenibili, ed è un buon segnale per l’industria.

In che modo controllerete la compliance della filiera?

Le partnership di sostegno e fiducia sono sempre state strategiche per noi per avviare cambiamenti sostenibili nella catena di approvvigionamento. Questo vale per i nostri principali fornitori e per la nostra partnership con l’iniziativa Cotton made in Africa, ad esempio. Disponiamo di sistemi di controllo consolidati per i nostri fornitori diretti e di un programma di compliance per gli aspetti sociali, con audit e corsi di formazione erogati da terze parti indipendenti, e vogliamo andare ancora oltre. La trasparenza è fondamentale quando si tratta di conformità della supply chain. Vogliamo sapere da dove provengono le materie prime dei nostri prodotti, quali partner sono coinvolti, in quali processi di produzione e quali sono le condizioni ambientali e sociali. È un processo molto complesso e lungo, ma siamo già ad un ottimo punto. 

Allargando la prospettiva: a che punto siamo nell’implementazione nel delle strategie di sostenibilità nel settore della moda? 

 Le sfide nel settore della moda sono enormi. I cambiamenti devono essere avviati nella direzione di una produzione di abbigliamento trasparente, circolare e attenta all’impatto climatico.  Ecco perché è importante avere aziende come Bonprix che si propongono di dare a molte persone l’accesso a una moda sostenibile. Sappiamo che i nostri clienti non ricercano ancora primariamente capi realizzati con prodotti sostenibili, ma crediamo che la consapevolezza cambierà in futuro. Tuttavia, nessuna azienda sarà in grado di risolvere le sfide globali dell’industria tessile da sola. Questo è il motivo per cui siamo coinvolti nella Sustainable Apparel Coalition e ci affidiamo agli strumenti del loro Higg Index per monitorare le prestazioni dei nostri partner e di noi stessi. L’idea alla base è quella di trovare un linguaggio comune, KPI condivisi come industry, poiché crediamo che questo sia il modo migliore per fare la differenza nelle nostre catene di approvvigionamento globalizzate.

Come si può evitare il rischio «green washing»?

Le nostre attività di sostenibilità derivano direttamente da un’analisi dell’impatto che abbiamo sull’ambiente e sulla società. Sappiamo che, quando guardiamo alla nostra intera catena del valore, il nostro maggiore impatto ambientale si trova nelle materie prime. Ecco perché il 99% del nostro cotone proviene già da fonti sostenibili. Se guardiamo a tutte le fibre, oltre il 60% sono già sostenibili. Entro il 2025, l’obiettivo è di raggiungere il 70%. Quando ci sono una strategia credibile, traguardi già raggiunti e ampiezza di impegno, il green washing è un falso problema. 

 A livello economico e industriale che cosa rappresenta l’Italia all’interno del Gruppo?

L’Italia è un pilastro storico del gruppo Bonprix. Quest’anno festeggiamo 25 anni di presenza e siamo orgogliosi di aver avuto successo per così tanti anni… Non solo le nostre vendite sono in crescita in costante, ma abbiamo anche contribuito in modo significativo all’economia del territorio del Biellese, dove si trova la nostra sede, investendo molto a livello locale.  L’Italia ha ancora molto potenziale da esprimere, poiché è in ritardo in termini di e-commerce e sviluppo sull’online rispetto ad altri mercati europei. Impegnarsi in questa crescita pur rimanendo una linea di business redditizia è il ruolo centrale dell’Italia nel nostro portafoglio di mercato europeo.