Rajan Tata

Non c’è solo il piano Mattei per l’Africa. Anzi, a ben vedere, sono più numerosi i casi di colonialismo al contrario. Chi l’avrebbe detto, ad esempio, che quello che fu l’impero britannico avrebbe messo sul piatto oltre mezzo miliardo di sterline di aiuti per convincere Rajan Tata, a capo del più importante gruppo indiano, a scegliere l’Inghilterra come sede di un impianto di batterie? 

Una mossa obbligata per evitare che il tycoon indiano, cui fanno capo Jaguar e Land Rover, traslocasse armi e bagagli in Spagna. Il governo ci ha messo una pezza in extremis, nel tentativo di salvare l’industria britannica dell’auto, già fiore all’occhiello di Lady Thatcher, ma stremata dalla politica suicida della Brexit. Basti dire del declino di Sunderland, sede della più importante fabbrica giapponese in Europa (700 mila pezzi all’anno) che ha portato un indiscutibile aumento dei redditi nelle Midlands. Cosa che non ha impedito il trionfo dei brexiters al momento del voto sull’uscita dalla Ue. Saranno accontentati: basta Europa, arriva l’Asia. La nuova gigafactory di Tata sembra nascere con una robusta ipoteca orientale sulla testa, visto che Tata pare si avvarrà della collaborazione dei cinesi di Envision, che già collaborano con i giapponesi di Nissan per la realizzazione della gigafactory da 12 GWh a Sunderland. Non si deve scordare che la Cina è il player dominante nella fornitura globale di batterie, con una quota di mercato del 78% a fine 2022.

È uno degli effetti perversi della stagione dei sussidi, l’arma con cui i Paesi, almeno quelli che dispongono (ancora) di qualche ricchezza, stanno affrontando la gara per attrarre investimenti in casa propria, il più delle volte per rimediare a ritardi più o meno gravi. A proposito di batterie per l’auto elettrica: l’Europa rincorre, con oltre 30 impianti in costruzione o pianificati, di cui tre in Francia e nove in Germania. Investimenti che dipendono in buona parte dalla “generosità” degli Stati e delle regioni interessate. La Germania, il Paese più ricco, è in prima fila: non solo per le batterie ma anche per ovviare alle fragilità accumulate sul fronte dei semiconduttori, l’altro anello debole di quello che resta il motore industriale europeo. 

Berlino non bada a spese pur di recuperare il gap accumulato in materia di chips. A Dresda, all’interno di quel distretto dell’auto elettrica in cui si vanno concentrando gli sforzi dei colossi a quattro ruote, sorgerà il più importante stabilimento europeo di Intel, un colosso da 30 miliardi di euro, un buon terzo a carico delle casse pubbliche. Ma è solo l’inizio. Oltre Reno sbarcherà il numero uno dell’industria dei semiconduttori: la taiwanese Tsmc, leader mondiale delle tecnologie del settore, l’oggetto del desiderio di Pechino che Washington intende difendere all’ultimo mems. 

L’Europa, già potenza politica ed economica padrona del mondo, oggi accoglie a braccia aperte investimenti e know-how dei vecchi sudditi. E lo fa investendo senza badare a spese. Per carità. La stagione dei sussidi ha più volti. Le aziende europee fanno a gara per assicurarsi una quota degli aiuti previsti dal piano Biden, ancor più munifico per chi sceglie di investire in Usa. È in pieno svolgimento, poi, la corsa per assicurarsi una quota degli investimenti in uscita dalla Cina: Messico, Vietnam e soprattutto India promettono scintille. Ma la sensazione è che, alla fine, i Paesi perdenti saranno più numerosi dei vincitori. Specie tra quelli, come l’Italia, dalle casse pubbliche deboli. A meno che non si riesca a mobilitare l’Europa su scelte comuni. Attraverso un fondo comunitario o una destinazione più aggressiva dei capitali parcheggiati nel Mes. L’opposto di quel che, per ora, si è deciso di fare.