Sarà anche vero che quello italiano è un tessuto imprenditoriale estremamente frammentato, composto da una miriade di Pmi, ma ciò non significa che l’Italia stia perdendo la sfida della grande impresa nel mondo. Anzi: quando le piccole e medie imprese, anziché competere fra loro, si parlano  aggregandosi in cluster, per competere nel mondo partendo da una posizione di forza. Un modello da prendere a esempio? Quello di VeNetWork Spa, acceleratore di opportunità produttive e finanziarie nato per selezionare e valorizzare le iniziative imprenditoriali del Triveneto ad alto potenziale di crescita sui mercati globali. Un network, anzi, un VeNetWork, che oggi riunisce 79 imprenditori soci e controlla 15 società, con un fatturato aggregato di 254,6 milioni di euro e 1.072 collaboratori, sviluppando una visione imprenditoriale sistemica e una positiva ricaduta occupazionale concentrandosi su diversi cluster strategici: occhialeria, e-mobility e sport-goods (che poi sono i settori che hanno contribuito maggiormente, in questi ultimi anni, alla crescita della holding) e prossimamente (entro la fine del primo semestre del 2024), meccanica e meccatronica.

«Ho fondato il network nel 2013, risultato di un’esperienza che ho fatto conoscendo molti imprenditori e comprendendo cosa di più interessante potessero esprimere», spiega a Economy il presidente di VeNetWork, Alberto Baban, già presidente di Piccola Industria, Vice Presidente di Confindustria e membro del Consiglio Generale, ma soprattutto imprenditore (ha fondato e poi venduto Tapi Spa, azienda attiva nella produzione industriale di tappi sintetici in polimeri). «La nostra esperienza nel condurre imprese, messa a sistema e ridotta a un comune denominatore, poteva diventare un acceleratore messo al servizio della crescita di altre imprese. Siamo partiti in pochi, con una sorta di quota di ingresso in attesa di poter investire una cifra vicina ai 100 milioni di euro (all’inizio erano qualche decina di migliaia di euro). Non solo apportiamo finanziamenti, ma coinvolgendo somma esperienza che diventa valore». Il classico passaparola, poi le cene ma soprattutto «l’idea di condividere un progetto nel territorio e per il territorio. Tutto questo ha un sapore molto etico, con un senso di restituzione al territorio che tanto, esaltando un elemento nel networking di sapore più anglo-sassone. Ma come nel Triveneto, può essere fatto ovunque e diventa un elemento di cooperativismo che coinvolge persone con gli stessi interessi ad avere l’impresa al centro».

A ogni cluster la sua holding

Dal dire al fare ci sono di mezzo le acquisizioni, che da un lato vedono la disponibilità a investire capitali, dall’altro la disponibilità degli imprenditori ad aprire la stanza dei bottoni a nuovi soci. «Normalmente, acquisiamo quasi la totalità e comunque la maggioranza in quasi tutti i casi il 100%. Le prime acquisizioni sono state aziende di piccole dimensioni in settori randomici (schede elettroniche, aromi, spezie alimentari, anche startup), ma poi abbiamo capito che il nostro modello non era quello di un incubatore, bensì il riavvio di aziende esistenti che hanno bisogno di essere rivitalizzate, approfittando non solo di fondi ma anche di esperienze). Poi, evolvendoci, abbiamo consolidato con altri step e investito su cluster: light mobility (Fantic, Bottecchia, Motori Minarelli, Biorent), occhialeria (aziende che comprendono tutta la filiera made in Italy), calzatura sportiva (Unimonteco e Roces, oggi suolificio nel settore scarpe sia moda che sneaker)». I cluster appunto: nel 2020 VeNetWork ha lanciato la prima holding, VeneVision, creando un vero e proprio network di imprese attive nel settore occhialeria, da sempre fiore all’occhiello del territorio. L’ultima semestrale, nel luglio 2023, segnalava un fatturato a quota 39,6 milioni di euro, in crescita di oltre il 50% rispetto alla prima semestrale dell’anno precedente, con un ebitda superiore al 20%. Ma appunto, è ormai preistoria, perché il cluster sta crescendo di mese in mese, a riprova dell’elevato interesse dei grandi clienti rispetto al modello di business one-stop-shop e autentico italiano di Venevision. Le aziende che fanno parte del cluster dell’occhialeria si contraddistinguono per una notevole percentuale di export, che cresce più velocemente in confronto al dato nazionale: già nel primo semestre dello scorso anno le vendite all’estero del settore erano cresciute del 5,6% (a livello nazionale, invece, dell’1,8%), per un valore al 30 giugno 2023 di 11,1 milioni di euro. Alle prime acquisizioni del 2022, Eurofin, Tricolor e Ottica Prealpi, si sono man mano aggiunte Tris Ottica, Reply, Fotomeccanica, e ultimamente Cidi, azienda di Treviso che da 45 anni realizza montature per occhiali utilizzando polimeri, anche ottenuti dal recupero di reti da pesca o da riciclo post-produzione, lavorati attraverso il processo dello stampaggio a iniezione, acquisita nel settembre 2023. Di acquisizione in acquisizione, VeneVision è diventato il riferimento produttivo più importante del settore dell’occhialeria italiana, offrendo know-how, tecnologie e competenze in tutti processi di lavorazione, contribuendo quindi a far diventare il territorio veneto, ove il gruppo opera, un polo di vera eccellenza. «L’occhialeria è un simbolo di quanto le abilità del nostro Veneto e dell’Italia abbiano saputo incontrare il consenso unanime del mercato mondiale», sottolinea Baban. «Con VeneVision vogliamo conservare e sviluppare il saper fare italiano».

Nell’aprile dello scorso anno, la nascita di un nuova holding: VeNeSport, ecosistema di aziende dedicato allo sportswear. La prima azienda ad entrare a far parte di questo nuovo network è stata la Unimonteco di Montebelluna, specializzata nella lavorazione della plastica per la produzione di scarponi da sci, che è stata acquisita al 100%. Localizzata in uno dei più antichi distretti internazionali della calzatura sportiva – lo sportsystem di Asolo e Montebelluna – che, per capirci, realizza il 26,5% del fatturato di tutte le aree distrettuali calzaturiere, Unimonteco è partner di aziende leader nel settore dello scarpone per lo sci alpino e alpinismo. Ve lo ricordate, vero, che fra poco più di due anni ospiteremo le Olimpiadi Milano- Cortina? Ecco: fare network significa anche posizionarsi (e consolidarsi) per tempo. «La visione è la stessa che ha caratterizzato il modello degli altri nostri cluster di investimento: occhialeria (con VeNeVision) e mobilità, con l’ambizione di diventare un punto di riferimento anche in questo comparto», commenta Baban. «VeNetWork intende continuare il cammino intrapreso nel suo ruolo di aggregatore di eccellenze del territorio e acceleratore di innovazione, concentrandosi con VeNeSport nel settore delle calzature sportive, caratterizzato da un forte know-how tecnologico abbinato ad un’alta qualità artigianale.». Così, a dicembre, VeNeSport ha messo le mani anche sul 100% di Roces, storico marchio di Montebelluna (nato nel 1952) conosciuto in tutto il mondo per la produzione di pattini in linea, quad, da ghiaccio, scarponi Idea e fun sports, salvandola Attraverso un’offerta all’asta che prevedeva l’acquisizione del ramo d’azienda e della parte immobiliare e rilanciandola attraverso un’operazione di re-startup. La produzione in Italia dei conosciutissimi Rollerblade è dovuta proprio a Roces che, a partire dal 1981, con un forte investimento in ricerca e sviluppo, realizzò i primi pattini a rotelle in linea. Negli anni a seguire l’azienda incominciò a produrre anche prodotti di sicurezza per la mobilità urbana, diventando uno dei marchi più conosciuti d settore sportivo con una elevata tecnicità. E se negli ultimi anni causa la contrazione del mercato, l’aumento dei costi delle materie prime e la crisi post pandemia, l’impresa era entrata in forte sofferenza, oggi, grazie a questa acquisizione, Roces ha l’opportunità di rilanciarsi mantenendo inalterata tutta la forza lavoro e la storica sede produttiva.

«Non stiamo fermi», spiega il presidente di VeNetWork: «guardiamo ad altre aziende, ad altri cluster, anche se al momento il mercato è complicato per la manifattura, ricco di incertezze. Anche quest’anno stiamo aumentando le nostre partecipazioni, siamo in controtendenza, auspichiamo che ci possa essere un’inversione di tendenza, nonostante i segnali molto nebulosi. Ci aspettiamo di cavalcare la possibile normalizzazione del mercato aspettando di vedere cosa succede nel mondo». E nel frattempo? «Ci stiamo indirizzando ad accrescere la nostra capacità produttiva. Il quarto settore deciso, ma non ancora in portafoglio, è la meccanica, con già più di qualche azienda sul tavolo e processi avanzati di due diligences».

In punta di piedi

Che il network sia, appunto, un network, lo conferma il fatto che VeNetWork tende a non fare exit, bensì a rimanere sul lungo periodo all’interno delle aziende. L’approccio è diverso rispetto ai fondi di investimento: la missione ultima di VeNetWork è quella di allargare il gruppo con l’obiettivo di fare sistema. Non solo:«Entriamo in punta di piedi, non è un modello sostitutivo, cerchiamo collaborazione con chi ha gestito le aziende e accompagniamo anche con un nuovo management, mentre i consigli di amministrazione sono tutti partecipati dai soci investitori», chiarisce Baban. «L’elemento che ci contraddistingue è che non siamo un club deal o un private equity e questa cosa dovrebbe dare una risposta alternativa a possibili modelli di aggregazione. Il nostro Paese deve rispondere in qualche maniera al contesto, queste cose possono accadere e dobbiamo farle accadere».