Alla fine è successo: anche una macchia di frutta deve rassegnarsi a essere identificata, classificata e processata dall’intelligenza artificiale. A occuparsene è Miele, monumento dell’industria familiare tedesca: 127 anni di storia, 5,16 miliardi di fatturato e diciannove stabilimenti nel mondo. Un impero mobilitato, fra l’altro, contro quella fragola che a Ferragosto è precipitata sulla camicia di lino. La nuova frontiera del bucato non consiste infatti nel riconoscere un generico alone rossastro. Sarebbe troppo facile. La lavatrice deve saper distinguere la fragola dalla ciliegia, la ciliegia dal mirtillo nero e il mirtillo dai succhi di frutta. Il cestello diventa botanico, il programma di lavaggio celebra il matrimonio fra pomologia e meccanica di precisione.
Del resto, nell’epoca dell’intelligenza obbligatoria, non poteva restare stupido proprio l’elettrodomestico che custodisce le prove dei nostri piccoli incidenti quotidiani. Dopo il telefono, il frigorifero, il termostato e il tostapane, arriva dunque la macchina capace di dedurre da un alone che cosa abbiamo mangiato il 14 agosto, dove e forse anche con chi. Persino il bucato, nel lessico scelto dall’azienda, ha ormai un suo “out of office” e un successivo “back home”: le magliette partono, si concedono una vacanza e infine rientrano malvolentieri, cariche di macchie e arretrati.
Ma è proprio quando la tecnologia sembra sul punto di risolvere ogni cosa che la storia compie una brusca retromarcia. La lavatrice riconosce il mirtillo con metodi da laboratorio del futuro; per eliminarlo, però, suggerisce di lasciare il capo a bagno nel latticello con qualche goccia di limone.
Il latticello: ingrediente reperibile nelle cucine italiane pressappoco quanto un bisonte nella dispensa. Da quel momento, più che fare il bucato, occorre conseguire un’abilitazione da piccolo chimico. Per i tessuti delicati servono ammoniaca e alcol saponato; contro il deodorante, acido citrico al cinque per cento; per il sudore, acqua e aceto; sull’erba può intervenire la candeggina, purché si tenga alla larga dai colorati. Insomma, si acquista una macchina in grado di stabilire la varietà del frutto colpevole e poi si trascorre il sabato mattina in bagno a misurare reagenti come speziali del Seicento.
Il confine dell’intelligenza artificiale coincide dunque con l’oblò. Fino allo sportello governa l’algoritmo; una volta aperto, riprende il comando la nonna, sia pure promossa a tecnico di laboratorio e fornita di camice bianco. In fondo alla sequenza dei rimedi compare però il suggerimento più sensato: tamponare la macchia senza strofinarla, perché lo sfregamento la allarga e danneggia le fibre. È una regola universale, e non soltanto domestica. Vale per gli uffici stampa, per i consigli d’amministrazione e per i governi alle prese con un dossier andato storto: quando nasce una macchia, bisogna circoscriverla, intervenire rapidamente ed evitare movimenti scomposti. Se la si strofina, dilaga; se si aspetta troppo, il calore la fissa.
Ed ecco la vera lezione industriale di Miele, forse più preziosa dei suoi 5,16 miliardi di ricavi e perfettamente coerente con quel “sempre meglio” adottato come motto fin dal 1899: la tecnologia può riconoscere il danno, ma non sempre sa impedirci di peggiorarlo. Per tutto il resto restano l’ammoniaca, il limone, il latticello e, soprattutto, un po’ di sangue freddo.
















