Pubblica Amministrazione: semplificazione, digitalizzazione e nuove competenze

Diciamoci la verità: questa storia del “fanalino di coda” ha rotto le scatole. Non consolerà dunque scoprire che nell’ultimo Global Competitiveness Index (Gci) del World Economic Forum, uscito a fine 2018, l’Italia non è smossa dal suo 31 posto. Quindi bene i Paesi valutati sono 140) ma non benissimo (in Europa ci piazziamo al posto numero 17). Fermi al palo, sottolinea il Wef nel rapporto: «Il Pil del paese sta crescendo all’1,5%, il tasso di crescita più veloce dalla crisi finanziaria del 2008. Eppure l’Italia rimane l’economia avanzata che sta crescendo meno». Colpa dei nostri punti deboli, tipici come prodotti del made in Italy. A parte il poco onorevole 122esimo posto in quanto a crimine organizzato (il che sarebbe magnifico se la classifica non andasse letta al contrario) in primis, manco a dirlo, ci zavorra il peso della burocrazia: la voce Burden of government regulation ci vede centotretaseiesimi (abbiamo voluto scriverlo in lettere per non impressionare troppo il lettore): appena quattro posizioni pià in alto del fondo del barile. Siamo pessimi anche in quanto a efficienza del sistema giuridico nel definire le controversie legali: 137esimi. E no, non vogliamo neppure scoprire di quali tre o quattro paesi nel mondo siamo migliori. Sarabbe troppo deprimente. Il rapporto sottolinea anche gli effetti distorsivi di tasse (e incentivi) sui prezzi delle merci (97° posto) e la complessità delle tariffe (112°). Per non parlare (ma ne parliamo, ovviamente) dell’ingessatissimo mercato del lavoro: la flessibilità nella determinazione del salario è pressoché nulla (su 140 posizioni occupiamo la numero 135), lavoratori e datori di lavoro sono come cani e gatti (114°), le pratiche da espletare per assunzioni e licenziamenti sono assurdamente complesse (125°), la formazione in azienda è pessima (104°), gender equality e diversity restano un miraggio (137°) e tra salario e produttività non c’è alcuna relazione (in questo caso ci posizionamo al 127esimo posto). Vogliamo parlare poi del carico fiscale? La tassazione è alle stelle (siamo in 100esima posizione), il che da un lato frena le assunzioni e dall’altro i consumi. E il cerchio si chiude.

«Per migliorare la sua prosperità, l’Italia dovrebbe dare la priorità nella sua agenda alla competitività e alla crescita, facendo leva sui suoi punti di forza e considerando le sue debolezze», si legge nel rapporto del Wfe. Tra i punti di forza dell’Italia, il Global competitiveness index mette in evidenza l’eccellente stato di salute che vanta la popolazione (in questo caso siamo in sesta posizione, addirittura quinta per quanto riguarda l’aspettativa di vita), le dimensioni del mercato (12°), la capacità di innovazione (22°), e, in credibile ma vero, le infrastrutture (21°). «Per massimizzare ulteriormente il suo potenziale di innovazione l’Italia potrebbe incerementare ulteriormente le sue Tlc, mentre il settore privato dovrebbe essere maggiormente aperto a nuovi modelli di business e a idee dirompenti e assumere un atteggiamento più positivo nei confronti del rischio», continua la valitazione del Wef. Ma non basterebbe: «Migliorare la situazione italiana sotto il profilo della competitività dipende principalmente dalla modernizzazione del suo sistema finanziario (siamo 49esimi) e della pubblica amministrazione (in questo caso siamo 107esimi). Basse prestazioni in questi pilastri si traducono, rispettivamente, in risorse insufficienti per finanziare investimenti innovativi e in un peso della burocrazia che soffoca l’attività commerciale. Inoltre, la stabilità macroeconomica (58esima posizione) sarà, senza dubbio, un’area d’intervento fondamentale per la classe politica: la gestione della politica fiscale rischia di aumentare ulteriormente i costi di accesso al capitale per le aziende private», conclude il Global Competitiveness Index. Ma forse, più di competitiveness, si dovrebbe parlare di competitiveless.