Se quel 40% di risorse economiche che il Pnrr destina alle regioni meridionali farà effetto, lo si misurerà anche dall’aumento della quantità e qualità di manager presenti nel tessuto imprenditoriale del Sud. Che è ancora macroscopicamente lontano dagli standard medi nazionali di managerializzazione delle imprese, come riporta – insieme a tanti altri dati – l’ultimo Osservatorio 4.Manager pubblicato qualche settimana fa con il titolo: “Imprenditori e dirigenti: attori centrali per lo sviluppo innovativo e sostenibile del Mezzogiorno”.

Hanno lavorato sodo, gli analisti di 4.Manager – che, com’è noto, è il progetto congiunto di Confindustria e Federmanager per la cultura d’impresa, le politiche attive del lavoro, l’orientamento e il placement – e si sono basati su dati Inps, Movimprese e Unioncamere.

Ebbene, le cifre parlano chiaro. Le differenze economiche tra Centro, Nord e Mezzogiorno in Italia sono direttamente riconducibili a quelle relative al numero di imprese sul territorio, alla dimensione delle imprese esistenti e all’orientamento di queste verso settori a produttività più o meno elevata.

Meno imprese, più piccole e più tradizionali significano meno manager, in misura anche più che proporzionale. Le imprese del Sud sono infatti in numero inferiore e caratterizzate da dimensioni medie più piccole rispetto al Centro e al Nord: di quasi il 35% per il complesso delle attività, nel commercio e nella logistica e di circa il 50% nell’Industria in senso stretto e nei Servizi ICT.

Si pensi che nel 2018, il 75,2% delle imprese del Sud con almeno 3 addetti risultava controllato, direttamente o indirettamente, da una persona fisica o una famiglia. Tale incidenza sfiora l’80% nelle microimprese (tra i 3 e i 9 addetti), scende al 51% nelle medie imprese (da 50 a 249 addetti) e fino al 37% in quelle di dimensioni maggiori. Le regioni del Sud, inoltre, risultano specializzate in comparti che presentano minori investimenti in ricerca e sviluppo rispetto al Centro e al Nord, fatta eccezione per le nuove attività di impresa, come le Start-up.

Inevitabile che tutto questo si ripercuota direttamente nelle differenze di dotazione di capitale umano, un fattore che dunque è – contemporaneamente – effetto e causa della complessiva arretratezza del sistema. Perché un management all’altezza delle sfide potrebbe giocare un ruolo importante per il successo delle imprese e per la loro resilienza di fronte a shock avversi. L’Osservatorio rileva come un imprenditore con un titolo di studio universitario tende ad adottare pratiche manageriali di migliore qualità rispetto a chi è rimasto più indietro negli studi: certo è una regola non priva di eccezioni, come quella celebratissima di Steve Jobs che non si laureò mai a Stanford, che pure aveva frequentato. Ma sono le classiche eccezioni che confermano la regola.

Se un imprenditore ha all’attivo studi più qualificati, probabilmente la sua impresa avrà tassi di innovazione più elevati soprattutto nell’adozione di tecnologie digitali.

Come mostrato da diversi studi, a parità di caratteristiche, le imprese guidate da imprenditori e manager laureati tendono a loro volta ad assumere una più alta quota di dipendenti laureati. Banalmente: chi si somiglia, si piglia.

Ma c’è anche un risvolto positivo per questa medaglia non bella del nostro Sud imprenditoriale: già, perché questo Sud poco managerializzato, ha dimostrato più resilienza delle altre aree del Paese nel perido 2018-2022, tragicamente segnato dalla pandemia: “La lettura dei dati Movimprese – si legge nell’Osservatorio – mette in evidenza, per il periodo 2018-2022, una contrazione delle imprese attive su tutto il territorio nazionale, ad eccezione del Mezzogiorno, in cui si evidenzia una crescita pari al +2,2%. L’andamento complessivo evidenziato per il totale delle imprese attive si conferma anche per il settore manifatturiero, con la differenza che, seppur in misura minore rispetto alle altre aree geografiche considerate, anche nel Mezzogiorno si assiste a una contrazione delle imprese attive (-2,9%)”.

Anche guardando all’andamento assoluto del numero dei dirigenti nelle aziende c’è un segno di reazione positiva per il  Mezzogiorno e dove per il periodo 2018-2021, quel numeto è cresciuto del 22,1%, passando da 7.342 a 8.967 unità; ma i conteggi hanno un retrogusto amaro perchè continuano a rappresentare una quota minima rispetto al resto d’Italia: i dirigenti del Mezzogiorno per il 2021, sono il 6,8%, quelli del Centro sono oltre il 20% e quelli del Nord oltre il 70%.

E’ il caso dunque, e purtroppo, di parlare di una debolezza strutturale del tasso di managerialità nel Mezzogiorno. La cosa è resa ancora più evidente se si osserva l’incidenza dirigenziale (numero di dirigenti dipendenti per 1.000 dipendenti) che per il “Sistema Paese” si assesta nel 2021 a 8,1, mentre nelle regioni del Mezzogiorno per il 2021 è pari a 2,3.

Dall’analisi dei dati relativi alla distribuzione delle posizioni dirigenziali per settore di attività economica, emergono poi dati interessanti sui settori e la loro specifica managerializzazione.

Risulta ad esempio che il settore Ateco «Attività manifatturiere» assorbe la quota relativamente più consistente di dirigenti in tutti i contesti geografici osservati. Nelle regioni del Mezzogiorno, il settore vale poco meno di un terzo di tutte le posizioni dirigenziali. Una concentrazione più elevata si registra al Nord (40,8%), mentre al Centro la densità dirigenziale del manifatturiero si ferma al 26,3%.

L’indice territoriale di managerialità elaborato dall’Osservatorio 4.Manager restituisce insomma l’immagine di un sistema produttivo manifatturiero che, dal punto di vista manageriale, è articolato in tre grandi aree molto diverse:

• nel Nord-Ovest l’indice di managerialità nel 2021 raggiunge un valore di oltre 43 punti centesimali superiore alla media nazionale

• i valori dell’indice nel Nord-Est e nel Centro sono abbastanza simili (rispettivamente 82,9 e 87,5), anche se il Centro, rispetto al 2014, è l’unica area geografica in cui si osserva un decremento dell’indice di managerialità

• nel Mezzogiorno l’indice aumenta rispetto al 2014 (35,1 nel 2014 e 35,4 nel 2021), pur mantenendo un valore pari a un quarto di quello del Nord-Ovest.

Ma come sono andati i flussi di assunzioni di manager effettuate negli anni oggetto della ricerca? Dai dati Unioncamere-Excelsior sulle assunzioni effettuate nell’anno 2022 emerge che le assunzioni di dirigenti, per oltre la metà, hanno interessato le regioni del Nord (7.890 unità). Nelle regioni del Mezzogiorno il valore assoluto delle assunzioni non supera le 700 unità, con un’incidenza pari a 0,6 dirigenti per ogni mille dipendenti. Con riferimento al solo macrosettore “Industria”, l’incidenza passa dal 7,2 per 1.000 nel Nord (3.090 assunzioni) all’1,3 per 1.000 nel Mezzogiorno (190 assunzioni).

Dai dati estrapolati dalle principali piattaforme di networking professionale si sono poi misurate le competenze e le “qualifiche” più e meno richieste. Per quanto riguarda le qualifiche, il maggior numero di offerte di lavoro al Nord si evidenzia per Consulente aziendale, Business Analyst e Project Manager; al Centro, il maggior numero di offerte di lavoro riguarda Business Analyst e Risorse umane; al Sud, il più alto numero di offerte è associato alla qualifica Risorse Umane.

Le principali competenze per le quali, nell’ultimo anno, si è assistito ad una maggiore crescita, per tutte le aree geografiche considerate, sono: Responsabilità sociale d’impresa, Miglioramento processi aziendali e Analisi dei dati. Seguono, con tassi di crescita minori, ma comunque osservabili in tutte le aree geografiche: Competenze analitiche, Approvvigionamento, Acquisti, Soddisfazione del cliente, Supporto tecnico, Miglioramento dei processi, Copywriting. Nel Mezzogiorno, in particolare, tra le competenze in crescita sono indicate anche: Vendita diretta, B2B e Lavoro di gruppo.