di Mario Abis

Mentre le chiacchiere su economia e politica nel nostro campicello mediatico provinciale continuano nella loro disperata nullità, il conflitto mondiale accelera la propria escalation: l’Ovest sempre più debole nel pasticcio Usa-Nato, l’Est sempre più forte con il mondo Brics, sempre più anti Usa con oltre il 65 % della popolazione mondiale alle spalle. Il finale, convenzionato al 2050, prevede che degli oltre 10 miliardi di individui oltre il 75% viva in aree metropolitane poco governate e violente. E la terra, con questo, sembra un’entità in via di estinzione. E il mare? Il mare rappresenta già da un po’ l’alternativa. Innanzitutto geopolitica: gli imperi sono sui mari, non certo su lembi di terra o regioni. E dettano la loro potenza logistica e militare ridisegnando il confine e i domini, su aree sempre più vaste. È il caso di Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, India etc. Grandi imperi e oceani ma anche mari piccoli: nel Mediterraneo l’Algeria, per esempio, controlla il mar di Sardegna (fino alla nostra isola) come se fosse suo. Il controllo dei mari comporta quello su golfi, stretti e canali (tipo Suez e Panama) che determina il governo dell’economia mondiale. E induce nelle varie forme di mobilità marittima strutture di riduzione, di ricerca scientifica, di sperimentazione tecnologica… e nel futuro prossimo di habitat: spazi per gli anziani, spazio per i bambini, scuole, università, centri di arte e artigianato, ospedali etc… cioè strutture sociali e ambientali. Il mare e il navigarlo è la nuova via d’uscita. Non è una novità: nei secoli lo sviluppo delle civiltà è sempre stato portato dal mare e dal navigarlo.

Oggi il modello si inverte, dalla mobilità si arriva alla stabilità. Le navi e le flotte – basta guardare all’immagine dei pescherecci e delle navi da guerra cinesi che presidiano Taiwan in migliaia di interminabili unità che occupano l’orizzonte – controllano quasi da fermi il territorio. Diventano città e strutture di abitazione sociale: nel profondo dei mari si sviluppano ricerche e nuovi habitat; nel mare è più facile generare sostenibilità e salute e benessere. Una sopravvivenza della società liquida, non più con il modello metaforico teorizzato anni fa da Baumann, ma un mondo che per sopravvivere reinventa nel mare il pianeta terra. Il mare è dunque la vera questione del progetto planetario… Difficile intervenire sulle metropoli / aree metropolitane: i tempi sono troppo lunghi e la complessità degli interventi troppo alta …le aree metropolitane del pianeta vanno per i fatti loro con un’inerzia da crescita immodificabile dal punto di vista urbanistico, tecnologico e, soprattutto, delle forme di governance. I 10 miliardi di individui staranno li fra 30 anni e anche più nei mostri della megalopoli nazioni; li è difficile immaginare un futuro che non sia, nei conflitti, appunto… distopico. Il mare è tutto da interpretare, usare e progettare. Innanzitutto nei suoi caratteri unici: la mobilità e la bidimensionalità. Il mare è orizzontale ma anche verticale: un territorio che si muove e che si definisce nel piatto ma anche nel profondo (in gran parte da esplorare). E questa è proprio una novità antropologica e mentale nella storia dell’umanità. Innanzitutto c’è da ridefinire, esportandoli dalla terra, i nuovi confini degli Stati nazioni, poi c’è da costruire un modello di controllo di sicurezza militare: le guerre sui mari sono “facili” , potenti e veloci, e implementano le tecnologie distruttive. Quindi c’è da costruire modelli di industria che si integrino nelle navi… e qui le esperienze ci sono già, a cominciare da quella ittica che è inglobata in quella della pesca. E più in generale c’è da governare il processo del traffico commerciale con quello della produzione. Con implementazioni (anche queste già avviate) dei sistemi di robotizzazione e automazione. C’è poi da indirizzare il processo di ricerca scientifica e tecnologica che nel profondo del mare trova contesti ambientali favorevoli… e c’è soprattutto da immaginare e costruire gli habitat nuovi per famiglie e individui: e qui, altro che sostenibilità… è una gran bella occasione per una nuova architettura e una nuova urbanistica. Non è fantascienza questa: è il possibile veloce mondo di domani. Che ha sempre pensato, nei sogni, di svilupparsi o salvarsi in altri pianeti. E che invece si trova a dover ripensare a se stesso nella solita “vecchia“ terra. E tutte le solite litanie – la sostenibilità, l’ecologia, l’economia verde, l’energia alternativa etc. – trovano in questo mondo un senso anche pratico e realizzato. Perché sono “dentro” la sua stessa essenza. Che è nella struttura basica del nostro essere: l’acqua.