Le cause del malessere della società del benessere non devono essere cercate nella pur evidente inadeguatezza delle classi dirigenti o nelle sempre più numerose contraddizioni sociali, ma nell’ideale che ne ha legittimato la nascita: creare un sistema che possa soddisfare il maggior numero di bisogni per il maggior numero di persone. Sembrerebbe un obiettivo nobile e puro, ma, a causa di un’inadeguata interpretazione della libertà, questi bisogni, la cui unica giustificazione sta nella volontà dell’individuo, si trasformano in voglie, non sempre compatibili con la dignità della persona. Quante di esse sono esigenze meschine, spesso eterodirette o addirittura manifestazione di dipendenze?

Questa involuzione è stata anche favorita dalla convinzione che i meccanismi del libero mercato fossero in grado di trasformare i vizi privati in pubbliche virtù. Questo approccio, che ha ormai perso la sua forza propulsiva, non si limita a produrre una situazione insostenibile da un punto di vista ambientale, esasperare le ingiustizie sociali, generare una crescita economica problematica e limitata, ma finisce col degradare la nostra umanità.

Il fine dell’esistenza

Se il fine dell’esistenza non è vivere con dignità e onore, ma soddisfare le proprie voglie, non c’è ragione che possa scoraggiare l’uso della menzogna e della frode; se gli uomini sono gli uni per gli altri solo strumenti o ostacoli, le relazioni saranno fondate sulla forza che, in quanto dissociata dalla giustizia, non potrà che essere violenza; se le voglie sono per definizione infinite e passeggere, la vita non può che trasformarsi in una perpetua lotta per cercare di soddisfare in modo effimero, effimeri bisogni. L’amicizia e l’amore diventano strutturalmente impossibili e la droga si trasforma in una necessità.

Innegabili evidenze

Per chi non voglia negare queste evidenze abbandonandosi ad un attivismo il cui unico scopo è quello di distarsi, l’unica strada è quella di riscoprire il significato della libertà, che non può certo essere il potere di soddisfare le proprie voglie, ma è la capacità di riconoscere ad amare ciò che è bello, buono e giusto. Mi si obbietterà che persone diverse potranno dare a queste parole significati diversi, a volte anche incompatibili e che ciò potrà generare conflitti. I conflitti però non mancano certo anche nella nostra società, quello che manca è il rispetto dell’avversario, rispetto che è impossibile in una società in cui si viva esclusivamente per soddisfare le proprie voglie.

Lo scopo della formazione

Non può essere quello di distribuire competenze lo scopo della formazione, ma quello di forgiare la personalità, ossia la capacità di vivere e testimoniare la propria libertà. Mentre oggi ci si dota degli strumenti per poter imporre la propria volontà, bisogna riscoprire le abilità necessarie per formare la propria volontà e renderla capace di riconoscere ed amare ciò che è bello, buono e giusto.

Il significato sociale del dono

Consapevoli che la fiducia indispensabile al corretto funzionamento del libero mercato, delle istituzioni democratiche e delle stesse imprese non può essere generata dallo scambio commerciale o da quello imposto dalla tassazione, che, al contrario, l’erodono, bisogna riscoprire il significato sociale del dono che è uno scambio fondato sulla libertà, il cui fine è proprio quello di creare delle relazioni autentiche. Non si tratta di chiedere sacrifici e neppure di fare appello alla responsabilità sociale dei singoli, ma di aiutare ciascuno a testimoniare, attraverso la libertà che è insita in ogni atto di vero dono, la propria umanità.