
Cosa collega la polemica sulla magistratura al decreto bollette, ma anche al megaprocesso di Los Angeles alle bigh tech (volesse il cielo che le condannassero) ma anche a Palazzopoli ma anche all’espianto sbagliato del cuore del piccolo Domenico? Uno stesso maledetto vizio morale: la fuga dalle responsabilità.
La giustizia italiana fa pena, è iniqua e inefficiente e genera drammi: ma non è colpa dei magistrati. L’energia costa il doppio del resto d’Europa, e strangola la nostra competitività, ma non è colpa dei produttori. Palazzopoli ha bloccato l’edilizia a Milano, azzoppato 4500 famiglie, azzerato migliaia di posti di lavoro – tutto senza esiti giudiziari sgnficativi – ma non è colpa della Procura. E perfino l’espianto precoce e il trapianto sbagliato di un cuore danneggiato non basta a far fare atto di contrizione ai responsabili.
Vediamo: queste vicende, tra loro disparate, sono collegate dal virus dell’irresponsabilità, un male oscuro che contagia almeno in Italia (ma non solo) chi, per proprio errore o dolo, determina danni al prossimo. Nell’impotenza e, ahimé, a volta nel giustificazionismo del sistema istituzionale e dell’opinione pubblica.
L’altra faccia dell’irresponsabilità al potere sta nella disinvoltura con cui i politici ignorano le promesse che fanno per farsi eleggere, ed anche la simmetrica smemoratezza con cui gli elettori dimenticano di averci creduto. E ancora: l’inamovibilità delle tecnostrutture istituzionali, i veri “suonatori” di orchestre scordate dove i direttori cambiano spesso ma i violini di fila e gli altri suonatori mai, e continuano a suonare, stonando, le stesse solfe: vedi alla voce riforma fiscale.
In un meraviglioso libro-inchiesta intitolato “I magistrati: l’ultracasta”, il bravissimo e compianto collega Stefano Livadiotti – già inviato dell’Espresso – dipinge magistralmente l’indicibile realtà di una categoria che non solo non paga danni quando sbaglia sul lavoro (nonostante il referendum che nell’87 plebiscitariamente chiese che li pagassero, e venne dribblato da una legge-burletta) ma non pagano mai, neanche da privati cittadini: come il caso sconvolgente che apre il libro, su una toga sorpresa in flagrante pedofilia, condannata per questo, e poi alla fine assolta professionalmente dalla sezione disciplinare del Csm.
I primi irresponsabili, per definizione, sono e restano i politici, va da sé. Che hanno però trovato un alleato formidabile nei social media, e non a caso dove i politici hanno soldi se li sono anche comprati o editati (vedi alle voci Musk e Trump). Perché loro promettono e non mantengono, e la Rete cancella i ricordi. “Al contrario, la Rete ricorda tutto!”, potrebbe replicare qualcuno. Ebbene no, all’atto pratico no: è tale la valanga di fuffa che ci sommerge ogni secondo day by day che il più grande archivio mai sognato dall’umanità, appunto il web, viene in realtà utilizzato come una palestra mnemonica da pesce rosso, 5 secondi di memoria e niente più.
E qui torniamo alla madre di tutte le irresponsabilità, quella dei colossi dei social in particolare e della Rete in genere. È in corso a Los Angeles in questi giorni un processo storico intentato da una giovane californiana, K.G.M., dipendente dai social fin dall’età di nove anni, contro Meta Platforms, Google per YouTube, TikTok e Snap Inc. per chiedere il risarcimento dei danni. Nessun riguardo per la salute mentale dei minori; nessun filtro sistematico contro insulti, minacce e violenze (solo interventi randomici a campione per simulare vigilanza); tutta la ricerca e la capacità di calcolo investita nell’indurre usi compulsivi moltiplicatori del traffico. Danni enormi alla collettività e ai singoli, castelli maleolenti di falsi spacciati per veri da anonimi. Le autorità americane soprattutto democratiche ma anche repubblicane hanno lasciato prosperare il peggio, sui social. L’opinione pubblica ormai si forma, anzi deforma, su questo fango. Come può sopravvivere la democrazia a un trattamento simile? Infatti, non se la passa molto bene, in America ma non solo. E di chi è la responsabilità di tutto questo? Che domande: di qualcuno che la rinnega.















