MARIO DRAGHI

“Basta, ragazzi! Sta arrivando il preside!”. All’asilo Mariuccia Chigi la ricreazione, ieri, dev’essere stata bruscamente interrotta dal bidello Funiciello quando ha annunciato il Consiglio straordinario in cui Mario Draghi ha sostanzialmente ricordato ai capi dei partiti in maggiore fibrillazione, Giuseppe Conte e Matteo Salvini, che comanda lui.

Cioè: che fino alla fine di questa legislatura, comanda lui e media solo se e quando vuol mediare. Poi, mette la fiducia: e senza voto di fiducia cade il governo. E se cade questo governo, si va al voto anticipato. E se si va al voto anticipato adesso, si perde la faccia e si perdono tantissimi soldi europei. E lo spread sale a 500 punti base, forse.

La polizza Supermario

E insomma, che piaccia o no, Draghi ha ricordato ai riottosi che è lui la polizza che sta salvando il Paese dal disastro, polizza a breve termine ma sempre polizza.
Bene: cioè male. Si avvia al termine il lungo giro della “safety car” della politica italiana rappresentato dall’esecutivo di larghissime intese guidato dall’ex banchiere e viene fuori con chiarezza che la situazione politica è peggiore di quella di prima. E che avendo ancora Draghi, visibilmente, un grosso potere di coercizione sugli animal spirits precocemente elettoralistici di Cinquestelle e Lega, se non lo esercita di più e con più incisività, si assume la corresponsabilità della situazione di stallo operativo in cui versa la macchina pubblica. A conferma che non basta la bacchetta magica (“sono umano”, ha ammesso anche lui!) dell’ex numero due di Goldman Sachs per far funzionare le cose in una macchina politico-burocratica decotta, impunita e forse impunibile.

Larghe intese anche nel 2023?

A volersi consentire un po’ di pessimismo, quindi, fino alle prossime elezioni si continuerà a campicchiare così, rincuorandosi di qualche bella figura, ammesso di volerla considerare tale, che Draghi ogni tanto fa all’estero, dove è evidente che la sua storia e il suo ottimo inglese ci tutelano dalle risate di scherno collezionate in passato da altri nostri premier.
E dopo le elezioni verrà fuori con tutta probabilità un’altra maggioranza di larghe intese guidata debolissimamente dall’unico grande partito (grande relativamente) che può essere gradito alle cancellerie mondiali, cioè il Pd, meritorio soltanto per il fatto di non aver mai detto sillaba se non allineata alla parola di Draghi praticamente su nessun tema, salvo una debole e declinante difesa dello strapotere delle Procure.
Letta, con questo patrocinio di Draghi, si sta prenotando una vittoria per squalifica degli avversari.

A destra dopo Berlusconi le dèluge

Il centrodestra è insanabilmente spaccato per mancanza evidente di leader capaci di rilevare la parte sana della teorica eredità Berlusconi, quella di una borghesia conservatrice ma moderata che non apprezza la miopia della Meloni verso le lunghe frange nazifasciste che la votano né il movimentismo di Salvini, orfano degli argomenti forti di cinque anni fa, il pericolo-immigrazione e la cattiveria europea.

La sinistra fossilizzata sui diritti civili

Ma la sinistrina italiana che si ricompatterà dietro l’educata afasia di Letta non sembra avere né visione socialdemocratica moderna, riformista e internazionale, né tantomemo spirito amministrativista efficiente, come quello che ha reso ammirevole il Pci emiliano degli Anni Sessanta. Una sinistra radical-chic, tutta concentrata sui diritti civili e indifferente a quelli sociali su cui pur si fonda la sua funzione storica.

Dal bipolarismo al “papa straniero”

Il Paese si scopre di fatto passato dal bipolarismo imperfetto ma nitido di quando Ulivo e Polo delle Libertà si contendevano la scena, e un leader peraltro imperfetto ma popolare e competente come Prodi batteva due volte Berlusconi, a un risottismo ingestibile e incommestibile dove un 50% dell’elettorato non riesce a trovare sintesi a destra e tutti gli altri si ricompattano per opportunismo e debolezza dalla parte opposta (più o meno opposta) cedendo il consenso al demiurgo di turno in cambio di qualche poltrona.