L’Italia è la seconda manifattura d’Europa per valore aggiunto, ma continua a scontare un ritardo rispetto ai principali partner europei nella disponibilità di capitali per sostenere la crescita delle imprese. Un limite che pesa soprattutto sulle PMI, cuore del sistema produttivo nazionale, chiamate ad affrontare le sfide dell’innovazione, dell’internazionalizzazione e del consolidamento delle filiere. È qui che si inserisce il Fondo Nazionale per il Made in Italy, che con una dotazione di 900 milioni di euro entra nella sua fase operativa con l’obiettivo di rafforzare le filiere strategiche nazionali, sostenere la competitività delle imprese italiane e favorire investimenti di lungo periodo.

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Negli ultimi anni le filiere del Made in Italy, caratterizzate da migliaia di piccole e medie imprese interconnesse, hanno mostrato la propria vulnerabilità di fronte a shock geopolitici, rincari energetici e criticità nell’approvvigionamento delle materie prime. In questo contesto, la digitalizzazione del procurement non è più soltanto un’efficienza operativa, ma un fattore competitivo.
Digitalizzare gli acquisti significa conoscere in tempo reale la propria rete di fornitura, monitorarne i rischi, tracciare l’origine dei materiali e dimostrarne la sostenibilità, sempre più richiesta dai mercati e dagli strumenti di finanza agevolata. Significa anche reagire rapidamente ai cambiamenti, trasformando i dati in capacità decisionale.

È su questo terreno che si misura l’efficacia degli investimenti che il Fondo potrà attivare: senza una regia digitale del procurement, anche il capitale meglio indirizzato rischia di rafforzare processi poco trasparenti invece di renderli più resilienti.

“Il Fondo può rappresentare un’occasione storica, ma da solo non basta a rendere una filiera più resiliente” osserva Daniele Civini, Head of Sales JAGGAER Italia. “Serve infrastruttura digitale: piattaforme che diano alle imprese la capacità di monitorare i fornitori, gestire il rischio e dimostrare in modo verificabile la sostenibilità e la tracciabilità dei propri prodotti. In JAGGAER lavoriamo ogni giorno con aziende che stanno affrontando esattamente questa transizione: dalla gestione documentale manuale a un procurement guidato dai dati, capace di anticipare le criticità invece di subirle. È questo il salto che può trasformare un incentivo economico in un vantaggio competitivo duraturo per il Made in Italy.”

Un secondo ambito su cui il Fondo può incidere concretamente è la transizione energetica delle filiere produttive. Rafforzare la competitività industriale significa infatti permettere alle imprese di produrre e gestire in maggiore autonomia la propria energia, riducendo l’esposizione alla volatilità dei mercati. Fotovoltaico, comunità energetiche rinnovabili e sistemi di accumulo rappresentano oggi strumenti di competitività oltre che di sostenibilità, soprattutto per le PMI, incidendo direttamente sui costi di produzione e sulla stabilità delle filiere.

“Se il Fondo Nazionale per il Made in Italy nasce per rafforzare le filiere strategiche, allora la transizione energetica non può essere considerata un tema accessorio” commenta Moreno Scarchini, CEO di EnergRed. “Oggi l’energia è un fattore di politica industriale: determina la competitività delle imprese, la stabilità dei costi di produzione e la capacità delle filiere di trattenere valore all’interno del sistema Paese. Gli investimenti più efficaci sono quelli che avvicinano la produzione di energia ai luoghi di consumo, attraverso autoconsumo e comunità energetiche, perché rendono le imprese meno esposte alla volatilità dei mercati e più resilienti nel lungo periodo. Rafforzare il Made in Italy significa quindi investire non solo nella capacità produttiva delle aziende, ma anche nella loro autonomia energetica: no autoconsumo? No Made in Italy!”

Un terzo terreno su cui la logica del Fondo può trovare applicazione è quello delle infrastrutture di recupero energetico dei rifiuti, dove il concetto di “capitale paziente” trova una delle sue espressioni più concrete. Il partenariato pubblico-privato (PPP) consente infatti di attrarre investimenti privati su opere strategiche, mantenendo il rischio operativo in capo al soggetto proponente e alleggerendo il peso sulla finanza pubblica. Un esempio arriva dal Friuli, dove Hafner Energy from Waste ha presentato una proposta di PPP per la realizzazione dell’Energy Park Hafner a San Giorgio di Nogaro: un investimento di circa un miliardo di euro per un impianto di termovalorizzazione con capacità fino a 500.000 tonnellate annue. Operazioni di questa portata dimostrano come un assetto concessorio ben costruito possa mobilitare capitali privati su infrastrutture strategiche.

“Il partenariato pubblico-privato è lo strumento giuridico che permette di tradurre in pratica la stessa filosofia del capitale paziente che ispira il Fondo Nazionale per il Made in Italy: un capitale privato disposto a condividere il rischio industriale di un’opera strategica, in cambio di un quadro concessorio chiaro e stabile nel tempo. Con l’Energy Park Hafner abbiamo lavorato proprio su questo equilibrio, definendo un assetto concessorio che mantiene il rischio operativo in capo al proponente e regola rapporti complessi tra più enti e società partecipate. I termovalorizzatori sono un comparto in cui l’Italia ha ancora un deficit infrastrutturale evidente, e operazioni come questa dimostrano che un PPP ben costruito può essere lo strumento per colmarlo, mobilitando capitali privati su opere che il solo intervento pubblico non riuscirebbe a realizzare nei tempi necessari” conclude Giovanni Ferasin e Fabio Gallio, Partner rispettivamente dello studio legale Casa & Associati e di BTLaws.

Più che uno strumento di sostegno, il Fondo rappresenta un intervento di politica industriale volto a rafforzare la capacità competitiva del Made in Italy, favorendo investimenti in imprese considerate strategiche per il futuro del sistema economico nazionale.