Il fisco iniquo fa saltareil patto tra le generazioni

Tra chi la pensione la riscuote ogni mese e chi forse non la riceverà mai, la frattura è aperta. À la guerre comme à la guerre, viene da dire osservando la distanza sociale che contrappone nipoti e nonni. Colpa, anche, dell’indignazione crescente che c’è nel Paese verso le pensioni medio-alte, alimentata da informazione e dati strumentalizzati, e da una confusione permanente sui conti previdenziali. Più saggio, perciò, fare chiarezza sui numeri. I dati più recenti relativi alle dichiarazioni Irpef 2016 (su redditi 2015), elaborati dal centro studi Itinerari Previdenziali con il supporto di Cida, la confederazione che parla a nome del milione e mezzo di manager pubblici e privati, in attività e in pensione, documentano che il bilancio statale si regge sul contributo di pochi. L’Irpef pesa in modo assai difforme su tre categorie, svelando il ruolo determinante svolto dal sostituto d’imposta: il 60% delle imposte arriva dai lavoratori dipendenti, il 35% dai pensionati, mentre a imprenditori, commercianti e professionisti si deve soltanto il 5% del gettito.

Il 60% delle imposte arriva dai lavoratori dipendenti, il 35% dai pensionati, mentre agli autonomi si deve solo il 5% del gettito

Il carico fiscale è in particolare concentrato sulle fasce di lavoratori dipendenti a reddito medio-alto con il paradosso che il 12% dei contribuenti paga da solo oltre il 52%. Di contro, ben 3 dei 5 milioni di lavoratori autonomi risultano nella fascia di reddito minima o negativa.«È chiaro che i 10 milioni di italiani che hanno dichiarato un reddito inferiore a 7.500 euro non sono tutti cittadini onesti meritevoli di assistenza», chiarisce il presidente Federmanager Stefano Cuzzilla, alludendo alla fetta di sommerso dovuto a mancate o parziali dichiarazioni Irpef. «Questo danneggia innanzitutto chi ha veramente bisogno di tutela, chi è rimasto indietro. Noi manager crediamo in un sistema solidaristico, in cui chi ha di più restituisce di più, ma non possiamo certamente accettare che su questa solidarietà l’abbiano vinta i furbetti e i grandi evasori». 

I manager appartengono alla fascia che dichiara più di 80mila euro lordi annui, dove si trova appena meno del 2% del totale contribuenti e si alloca oltre il 22,7% delle entrate, con un effetto moltiplicativo decuplicato. Tra loro c’è molta amarezza. E ci sono molti mal di pancia. Diffusissimi tra i pensionati che, dopo una vita di contributi versati, si trovano a svolgere la funzione di “care giver” e allo stesso tempo, se ricevono assegni previdenziali superiori ai 2.700 euro lordi, pagano praticamente la metà di tutta l’Irpef sulle pensioni. Molta di quella ingiustizia sociale, percepita o reale, si deve all’evasione fiscale e contributiva che stime della stessa Inps misurano intorno agli 8 miliardi di euro annui. A cui va aggiunto lo squilibrio generato dalla schizofrenia normativa tutta italiana che negli anni ha generato baby pensionati, vitalizi e regimi premianti per chi, dopo aver evaso, si ravvede “operoso”. 

«La lotta all’evasione è la grande assente in questo Paese», dichiara Mino Schianchi, presidente del gruppo dei seniores di Federmanager. Secondo Schianchi il potere d’acquisto dei manager in pensione è sceso almeno del 20% in 5 anni. Di contro «è sempre alle porte il rischio di prelievi forzosi o di blocchi perequativi. Lo Stato non può tradire le promesse fatte a chi ha onestamente onorato il valore della solidarietà con i versamenti contributivi di una lunga carriera», puntualizza. Federmanager, perciò, passa alla proposta. La prima si chiama riforma del fisco. Come ha detto di recente anche il presidente della Repubblica, «per un sistema più equo e più efficiente». La seconda si chiama occupazione dei giovani. Rivoluzione tecnologica e apertura globale dei mercati devono essere governati in un’ottica di creazione di nuovi posti di lavoro ad alta specializzazione. Per cui si devono investire risorse ingenti in ricerca, innovazione, formazione e orientamento professionale, ma anche procedere all’abbattimento strutturale del cuneo fiscale. Terza cosa da fare è separare assistenza da previdenza. Un mantra antico per i manager dell’industria, che trova sponda nei numeri: nel 2015 sono stati oltre 8 milioni i pensionati totalmente o parzialmente a carico della fiscalità generale e più di 3 milioni quelli con pensioni integrate al minimo che costano oltre 9 miliardi annui. «Mentre la spesa per pensioni cresce al ritmo di un 1,86% annuo, a dimostrazione che le riforme previdenziali hanno avuto un loro effetto», sottolinea il direttore generale di Federmanager, Mario Cardoni, «la spesa a carico dell’Inps davvero fuori controllo è quella assistenziale, che ha segnato un + 5,89%».

Rivediamo la curva delle aliquote e stabiliamo una soglia complessiva oltre alla quale non è possibile andare e che non superi il 40%

Per cui, il dg Federmanager indirizza un messaggio preciso al governo: «Non si pensi, per far quadrare i conti a fine anno, di intervenire nuovamente sulle pensioni attraverso tasse occulte. Non vogliamo sorprese nella prossima manovra, né correzioni qualche mese dopo». Il sistema, indica Federmanager, va capovolto. Il principio da seguire è chiaro: va premiato, in termini di servizi, chi le imposte le paga. «Rivediamo la curva delle aliquote e stabiliamo una soglia complessiva oltre alla quale non è possibile andare, che sia sostenibile in funzione del livello di ricchezza e che comunque non superi il 40%. Altrimenti – avverte Cardoni – è strozzinaggio». Una proposta che sembra bloccare sul nascere qualsiasi ipotesi di intervento che, per arginare nel breve la crisi occupazionale, danneggi nel lungo termine l’intero sistema. «Se questo Paese ha ancora qualche chance di tornare ad attrarre capitali e patrimoni oggi all’estero», sostiene la Federazione dei manager, «se la deve guadagnare a colpi di certezza normativa e trasparenza, in modo da non tradire diritti acquisiti e aspettative legittime».