Il fisco francese paga chi fa la spia

Si vede che ogni tanto quel sottofondo ideologico giacobino che accompagna da oltre due secoli la storia di Francia riaffiora. Magari come risposta alla corruzione diffusa – non meno che in Italia – nelle classi dirigenti della Quinta Repubblica, tra politici (vedi il caso Fillon che fingeva di assumere la moglie e incassava lo stipendio di assistente parlamentare) e imprenditori (vedi il caso di Bernard Arnault  di Lvmh che si è preso una multa di 400milioni di euro dal Fisco, un record, per non aver fatto rientrare gli utili della mancata scalata al gruppo Hermès). Scendendo di un gradino, verso la società civile, il “sottofondo giacobino” si può leggere nell’ultima legge approvata un paio di mesi fa dall’ultimo governo pre-Macron, che autorizza l’amministrazione fiscale, che ha già un’organizzazione capillare con uffici in ogni quartiere delle grandi città e in ogni paesino, a pagare chi fa la spia per conto dell’ufficio delle imposte, chiunque fornisca informazioni utili per colpire evasori grandi e piccoli, si tratti di un vicino di casa che ha aperto un Airbnb senza denunciarlo al Comune, di un idraulico che non ha rilasciato la fattura, di un fornitore che non ha versato l’Iva. Insomma, di un qualsiasi contribuente infedele.

La norma è un’assoluta novità per l’ordinamento francese, mentre nei paesi anglosassoni, negli Stati Uniti per esempio, l’utilizzo di informatori, spie e collaboratori vari per scoprire gli evasori e spedirli nel Correctional Center più vicino (com’è accaduto a Madoff se proprio non vogliamo citare il solito Al Capone) è un meccanismo d’accertamento consolidato. Ed efficiente: secondo i dati forniti dallo stesso Irs, Internal revenues service, l’agenzia americana, lo spionaggio fiscale ha generato entrate aggiuntive per circa tre miliardi di dollari. E le spie, dal canto loro, solo nel 2015, hanno incassato dal governo federale ricompense per circa 103milioni di dollari. Quanto pagherà Bercy, sede dell’amministrazione fiscale francese, a questi particolari “collaboratori di giustizia”(tributaria), non è noto e forse non lo sarà mai.  A decidere, in assoluta autonomia, sarà il direttore generale delle “Finances Publiques”, cioè il vertice dell’amministrazione, com’è giusto. La legge pone un solo vincolo: saranno pagate esclusivamente le informazioni “si elles portent à connaissance des faites graves et décrits avec précision”. Insomma, non basterà una segnalazione superficiale, come le tante che arrivano in Italia al numero verde della Guardia di Finanza. L’indic, che è un termine del francese popolare (l’argot) per indicare lo spione, dovrà fornire informazioni precise per “eviter qu’en cas de conflits dans un quartier ou dans une famille”, che in caso di litigi in famiglia o in un condominio ci si vendichi con una denuncia temeraria. Giacobini sì, ma con le prove.

SE LA FRANCIA VA ALLA FONTE… DELLE TASSE

La Francia come l’Italia? Forse, ma non per l’evasione che qui è molto più bassa, anche per l’efficienza dell’amministrazione pubblica, quanto per le modalità con cui le imposte sul reddito vengono raccolte e convogliate nelle casse del Ministero dell’Economia (dove il neopresidente Macron ha fatto il suo apprendistato politico). A differenza che in Italia, qui non esiste la “ritenuta alla fonte”: i datori di lavoro, pubblici o privati, non sono “sostituti d’imposta” e ogni contribuente, dipendente o autonomo, se la vede direttamente col Fisco. Stipendi e salari sono pagati al lordo, poi ciascuno fa la sua dichiarazione, mettendo in conto spese-deduzioni-detrazioni (per esempio, il mitico “quoziente familiare” per cui basta avere 3 figli per azzerare le imposte, con il “lordo” che diventa “netto”, ed ecco spiegato il segreto della demografia francese). Il sistema funziona abbastanza bene grazie a un poderoso apparato informatico e di assistenza. Ora però la Francia, sotto la presidenza Hollande, ha deciso di copiare l’Italia passando alla ritenuta “à la source” a partire dal 2018. A Bercy stanno già facendo le simulazioni, ma le imprese che dovrebbero sostituirsi allo Stato nelle trattenute ai contribuenti non sembrano troppo convinte. E Macron si è detto pronto a fare retromarcia.