Per cinque sere l’Italia si divide su canzoni, classifiche e look improbabili. Ma mentre il dibattito corre sui social e nei salotti televisivi, a Sanremo si muove una macchina economica che ha numeri ben più solidi delle polemiche. L’ultima edizione del Festival di Sanremo ha generato un impatto diretto complessivo di 252,1 milioni di euro, superando i 245 milioni dell’anno precedente. A stimarlo è un’analisi condotta da EY, che mette nero su bianco come la kermesse ligure sia ormai un vero asset industriale.
Il dato più interessante, per chi guarda ai fondamentali, è il valore aggiunto generato: circa 96 milioni di euro, una cifra assimilabile al contributo al Pil di un piccolo distretto produttivo. A questo si affianca l’attivazione di oltre 1.300 posti di lavoro lungo la filiera, tra occupazione diretta, indiretta e indotta. Numeri che trasformano quello che nasce come evento artistico in un caso di studio per chi si occupa di economia degli eventi.
Secondo l’analisi, l’impatto diretto sul valore della produzione sfiora i 102 milioni di euro. A questo si aggiungono circa 110 milioni di effetti indiretti e quasi 40 milioni di ricadute indotte, per un totale che supera la soglia dei 250 milioni. Non si tratta solo di palcoscenico e orchestra: l’attività degli spettatori e dei professionisti presenti in città genera da sola 28 milioni di valore della produzione e circa 12 milioni di valore aggiunto, sostenendo oltre 200 occupati.
Il vero motore, però, resta la pubblicità. Le spese di sponsor e investitori, rese pubbliche, producono un impatto economico stimato in circa 176 milioni di euro, con oltre 65 milioni di valore aggiunto e più di 800 posti di lavoro attivati. La raccolta pubblicitaria, che ha toccato quota 70 milioni, è uno dei fattori che spiegano il lieve ma significativo incremento rispetto all’edizione precedente. In parallelo, le spese organizzative per l’edizione 2026 vengono stimate intorno ai 48 milioni di euro sul valore della produzione.
Il dato macro si intreccia con quello micro. Le cinque serate hanno registrato un tasso di occupazione dei posti pari al 90%, con una spesa media giornaliera per spettatore di circa 500 euro, considerando trasporti, pernottamenti, ristorazione e consumi accessori. Una cifra che racconta molto della capacità dell’evento di attrarre un pubblico disposto a investire in un’esperienza che è insieme spettacolo, status e partecipazione collettiva.
Per il territorio, la ricaduta è duplice. Da un lato c’è l’effetto immediato su hotel, ristoranti, servizi e commercio locale. Dall’altro, più difficile da quantificare ma non meno rilevante, c’è il ritorno in termini di immagine e posizionamento del Paese. La vetrina internazionale rafforza l’industria musicale, ma anche il brand Italia, in una combinazione di cultura e business che pochi eventi riescono a replicare con questa continuità.
Le prospettive, secondo gli analisti, restano positive. L’attenzione degli sponsor e l’aumento della partecipazione del pubblico sono segnali che suggeriscono margini di ulteriore espansione. Se la traiettoria verrà confermata, Sanremo continuerà a essere non solo il termometro del gusto musicale nazionale, ma anche un indicatore affidabile della capacità italiana di trasformare intrattenimento e creatività in valore economico tangibile.
















