Di borsa ce n'è una solama un'altra sta per arrivare
Angelo Lazzari
Mercoledì 18 febbraio 2026, un tribunale ha pronunciato la formula più netta prevista dall’ordinamento italiano – “il fatto non sussiste” – chiudendo definitivamente il capitolo penale che aveva travolto Angelo Lazzari, manager bergamasco classe 1968, finito al centro di un’inchiesta della Procura di Milano legata al crac di Sofia Sgr. Per lui l’accusa era di autoriciclaggio internazionale, con una richiesta di condanna a quattro anni e mezzo di reclusione. Dopo quasi sette anni, l’assoluzione piena smonta un impianto accusatorio che aveva prodotto, nel frattempo, conseguenze devastanti sulla sua vita professionale e personale.

L’inchiesta Sofia Sgr e le accuse

Il caso nasce a fine 2018, quando il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza arresta tre dirigenti apicali di Sofia Sgr, società di gestione del risparmio già commissariata da Banca d’Italia e poi messa in liquidazione. L’indagine, coordinata dal pm milanese Bruna Albertini, ipotizzava una truffa ai danni di 117 risparmiatori per 6,5 milioni di euro, attraverso obbligazioni della Tre International SA quotate alla Borsa di Vienna ma prive di scambi reali e quindi di una quotazione effettiva.
Angelo Lazzari, attraverso la sua Arc Advisory Company con sede in Lussemburgo, aveva strutturato quei bond indicizzati a un fondo immobiliare per conto di Sofia Sgr. Tra i 14 indagati iniziali – poi saliti a 23 con la chiusura delle indagini nel gennaio 2020 – figurava anche il suo nome, accostato ai reati di concorso in truffa e autoriciclaggio. Ma, come Lazzari stesso rivendica oggi, il suo ruolo si limitava alla strutturazione tecnica del prodotto finanziario: «Avevo strutturato le obbligazioni per loro, ma cosa ne abbiano fatto dopo non ne sapevo nulla. Non sono mai stato nel CdA di Sofia Sgr”.

L’effetto Lega: una sovrapposizione devastante

A rendere il caso mediaticamente esplosivo fu la sovrapposizione con le indagini sui presunti 49 milioni di fondi della Lega. Lazzari controllava il gruppo che faceva capo alla Sevenbit Fiduciaria, la società che “custodiva” una serie di entità domiciliate presso lo studio di Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, i commercialisti-contabili del Carroccio, in via Angelo Maj a Bergamo. Il suo nome comparve anche in una rogatoria del pm di Genova.
Testate come Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Corriere della Sera e IrpiMedia lo dipinsero come “il finanziere dei 49 milioni”, “il legame” tra le inchieste più calde sulla Lega. Eppure, in quel filone investigativo, Lazzari non è mai stato formalmente coinvolto come imputato. «Mi hanno associato a un processo in cui non c’entravo nulla», racconta oggi. «Sono stato distrutto dal punto di vista reputazionale per una vicenda nella quale non ero nemmeno parte».

Le conseguenze: conti chiusi, porte sbarrate

Per un imprenditore che operava nel mondo della finanza innovativa, dove compliance e reputazione sono ossigeno, l’effetto fu letale. Lazzari racconta di aver visto chiudere i conti correnti della propria società, con una banca che gli recapitò un assegno circolare in ufficio. «Dovevo pagare dipendenti e fornitori, e mi ritrovai senza un conto operativo». Le porte degli investitori istituzionali si chiusero, i contatti si diradarono. L’uomo che in fase pre-Covid aveva lanciato FD Fiduciaria Digitale – la prima fiduciaria italiana completamente digitalizzata, con videoidentificazione e videofirma da smartphone, autorizzata dal Ministero dello Sviluppo Economico – si ritrovò con le gambe tagliate.
Eppure, nonostante la gogna, FD Fiduciaria Digitale è andata avanti ed è oggi operativa sul mercato italiano. E quel bond quotato a Vienna, all’origine dell’inchiesta, esisteva davvero ed era regolarmente registrato.

L’assoluzione e il silenzio

Mercoledì 18 febbraio il tribunale ha scritto la parola fine. «Non sono mai andato in udienza», confida Lazzari. «Non ero presente nemmeno durante la lettura della sentenza. Ho saputo dell’assoluzione dopo». La formula – il fatto non sussiste – è la più liberatoria possibile: non un vizio procedurale, non una prescrizione, ma l’accertamento che il reato contestato semplicemente non esisteva.

Perché non ha cancellato gli articoli

A chi in questi anni gli ha chiesto perché non abbia fatto rimuovere i numerosi articoli diffamatori dal web, Lazzari risponde con una scelta deliberata: «Ho voluto lasciarli lì, tutti. Perché devo scappare? Non ho nulla di cui vergognarmi. Li ho lasciati perché facciano riflettere. Mi aspetto ora che qualcuno rettifichi, ma non è questo che conta. Andiamo avanti».
Non risparmia una critica al sistema: «Non ce l’ho con i giudici, che alla fine hanno fatto il loro lavoro. Ce l’ho con la gogna mediatica. Dietro un nome stampato su un giornale ci sono persone, famiglie. In un ambito come quello finanziario e dell’innovazione, dove si vive di compliance e reputazione, un titolo sbagliato ti distrugge. E nessuno poi torna a raccontare come è andata a finire».

Guardare avanti

“Sono qui grazie alle persone che mi sono state vicine nonostante la diffamazione», dice Lazzari, abbassando per un momento la voce. “Ho lottato anche per loro, perché glielo dovevo”. Poi torna combattivo: “Come diceva Nietzsche, quello che non ti uccide ti rende più forte. Io ne sono la prova”.
Il caso di Angelo Lazzari è un promemoria per il giornalismo finanziario italiano: la velocità con cui si costruisce una narrazione accusatoria raramente trova corrispondenza nella velocità con cui si registra un’assoluzione. Sette anni di gogna, zero titoli sulla parola fine.