Il Congresso del Partito Comunista Cinese in corso a Pechino è probabilmente l’evento geopolitico più importante di qui alla fine dell’anno. Ma anche il più misterioso. Non sono previste, almeno all’apparenza, novità di rilievo ai piani alti del potere della seconda economia del pianeta. Ma, oltre a confermare la leadership del presidente Xi Jingping e del premier Li Kequiang, i 2.300 delegati riuniti nella capitale dovranno nominare cinque nuovi membri del comitato centrale e una valanga di quadri intermedi, che dovranno tradurre in pratica la transizione del Drago da potenza manifatturiera a gigante dei servizi. Finanza compresa. In questa cornice ha un valore rivoluzionario l’autorizzazione concessa a inizio settembre ai fondi di Man Group a raccogliere il risparmio dei cinesi. Certo, è solo il primo passo, ma è evidente che si sta aprire un mercato immenso, caratterizzato da forti esigenze previdenziali (mancanza di welfare), ma anche da un bacino di capitali di tutto rispetto. Una stima realistica calcola infatti che il totale dei risparmi della classe medio-bassa e medio-alta (cioè i 3/5 della popolazione urbana) ammonti ogni anno a 3 mila miliardi di renmimbi (circa 450 miliardi di dollari) ovvero al 4% del Pil.

L’Italia è la terza meta degli investimenti cinesi in Europa con 168 operazioni portate a termine solo nel 2016

Un vero e proprio tesoro in cerca di un porto sicuro, al riparo dalle oscillazioni di una Borsa fortemente speculativo o delle avventure (vedi bitcoin) che caratterizzano il Far West finanziario nel Paese del Drago. C’è da chiedersi se l’industria del risparmio gestito italiano possa partecipare alla grande gara. Alcune premesse ci sono, se si pensa alla presenza ormai pluridecennale delle Generali nel Paese del Drago o all’esperienza maturata oltre confine da Azimut. Certo, forse è troppo presto per staccare il biglietto per Pechino o Shanghai, ma per cogliere le opportunità nell’era del digitale, occorre sapersi muovere per primi. Del resto, chi l’avrebbe detto solo pochi anni fa che l’Italia sarebbe diventata la terza meta degli investimenti del Drago in Europa, grazie a 168 operazioni (dato a fine 2016)?  Non si tratta, è ovvio, di competere con le fabbriche prodotto Usa, da Black Rock in giù. Ma di applicare ad un mercato di risparmiatori alle prime armi le tecniche sperimentate nel corso di questi anni nel Bel Paese. Anche perché la Cina, Paese alle prese con un debito pubblico a livelli strtosferici, assomiglia all’Italia più di quanto non si creda. Senza dimenticare che l’impero del Drago è davvero vasto ma i Big americani si concentreranno a Shanghai, Pechino e pochi altri centri Ma le province, dove il costo della vita è assai più basso, sono serbatoi di risparmio altrettanto interessanti.  Non è facile immaginare Doris, Giuliani o Foti nei panni di Marco Polo. Ma, si sa, mai dire mai.