astronaut sitting on a cliff on the Moon in front of planet Earth

Non pochi problemi di design possono essere risolti trovando parole più confacenti per descriverli. Negli anni ’60 del secolo scorso, quando gli astronauti americani cominciarono a passare periodi più o meno lunghi nello spazio, fu attentamente studiata la questione di cosa fare con la produzione di urina ed escrementi all’interno delle tute spaziali.

Ne nacque un problema – più linguistico che fisico – con il meccanismo che doveva gestire le pisciate. Il Dott. Donald Rethke, familiarmente noto all’interno della Nasa come “Dr. Flush” – il Dott. “Sciacquone” – per le sue ricerche sulla gestione delle “scorie umane” in condizioni di gravità zero, concesse poi un’intervista per un documentario sugli scafandri degli astronauti, testimoniando che all’interno dell’assemblaggio per la raccolta dell’urina – che chiamavamo il “pee pouch” – c’era una busta da un litro. Il collegamento al corpo avveniva mediante una sorta di profilattico con un tubo in fondo che permetteva all’urina di defluire nella busta. Inizialmente, questi profilattici erano disponibili in tre taglie: small, medium e large… 

La distinzione aveva la sua importanza. Se il collegamento fosse stato troppo stretto, non avrebbe permesso alla pipì di passare. Se troppo grande invece, l’urina sarebbe finita direttamente all’interno della tuta. Il problema, secondo Rethke, era che: “Pochissimi degli astronauti, indipendentemente dalle loro reali dimensioni, poterono accettare altro che la “large”. Alla fine, risolvemmo cambiando nomi alle taglie, che diventarono “large, gigantic e humongous” – “grande, gigantesco e immane”.

La cosa interessante è che la nuova nomenclatura non poteva ingannare nessuno, ma cambiava la natura del problema decisionale che gli astronauti furono chiamati a risolvere, permettendogli di affrontarlo in maniera più realistica.

Di James Hansen, da “Nota Design”