Se pubblico e privato investono insieme sull’Italia
Ignazio Visco

Non ci sono più i “duri moniti” di una volta. Il governo di Mario Draghi e la Banca d’Italia di Ignazio Visco sono un corpo e un’anima, come nella canzonetta di Dori Ghezzi e Weiss, anch’essa pleistocenica, proprio come i moniti.

La linea del governo Draghi va bene così
La linea della politica economica del governo guidato dal predecessore, e pienamente avallata dal successore: va bene così, ha stimolato la crescita e il debito pubblico, che i più prevedevano fermo al 159-160%  a fine 2021 si è invece drasticamente ridotto al 150%. Bene. Si tratta di insistere, di non deragliare: ma riuscendoci, anche l’inflazione dovrebbe rivelarsi una tigre di carta, e perfino quella “da energia” rientrare entro il 2023. La politica monetaria europea la terrà sotto controllo, ma restando espansiva: insomma, Visco conferma (e ci mancherebbe) il segnale di attenzione serena dato dalla presidente della Bce Christine Lagarde, che peraltro appena un mese fa – ricordiamolo – aveva escluso del tutto ritocchi ai tassi che invece l’altro giorno non ha escluso facendo capire però che sarebbero, o saranno, tattici e minimi. Dunque il tandem Chigi-Bankitalia si conferma in forma: Draghi precedette Visco e ne auspicò la nomina, e Visco concorda con Draghi, che infatti e giustamente aveva “spoilerato” ieri la vera notizia statistica di oggi, quella del debito al 150%.

Il discorso ai banchieri
Il teatro di questo duetto amoroso a distanza è stato questa mattina il discorso che il governatore Visco ha tenuto davanti alla platea dei banchieri riuniti a Parma dall’Assiom Forex, la storica associazione dei cambisti, nel quartier generale del Credit Agricole, la più grande banca europea che oggi in Italia rappresenta con le sue acquisizioni il quinto gruppo nazionale, tra l’altro il più “amichevole” con le realtà acquisite, anche se pur sempre – e ovviamente – straniero quando si tratta di pagare il grosso dei dividendi.

La ripresa ha abbattuto il rapporto debito/Pil
“Nel 2021 – dice Visco ai banchieri – (…) anche in Italia l’attività produttiva ha sorpreso positivamente, con un aumento del Pil del 6,5%. Negli ultimi mesi la crescita è stata frenata dalla nuova ondata di contagi ma dalla primavera (…) dovrebbe riacquistare vigore. (…) secondo le nostre ultime stime, in Italia la crescita del prodotto si avvicinerebbe nella media di quest’anno al 4%, per poi attenuarsi nei prossimi due”. E dunque, “la marcata ripresa dell’economia è stata decisiva per interrompere l’aumento del rapporto tra debito pubboico e prodotto, che alla fine del 2021 potrebbe essere sceso su valori prossimi al 150%, da circa il 156 raggiunto nel 2020, un livello nettamente inferiore a quanto previsto all’inizio dello scorso anno e anche alle valutazioni ufficiali pubblicate in autunno”.

Una condivisione di pensiero apolitica
E’ evidente che Visco e Draghi condividono, ciascuno sul suo fronte, la stessa cultura “da banchiere centrale“, sostanzialmente diversa ed estranea alle logiche scambiste della politica sociale più o meno populisticamente praticata da tutti i partiti: dal reddito di cittadinanza grillino alla flat-tax leghista, all’inclusività scriteriata piddina. Draghi l’ha detto chiaro e tondo che con questi partiti lui non c’entra e non c’entrerà niente (neanche con la fantomatica costituenda unione di centro), e Visco neanche è mai stato dato per papabile, né durante il toto-nomine del Quirinale né come eventuale rimpiazzo di un Draghi elevato al Colle.

E dunque Visco si limita a raccomandare al governo quel che Draghi dice da sempre: la politica di bilancio deve garantire l’equilibrio dei conti.  Interventi di sostegno emergenziali possono ancora esserci, ma devono essere selettivi e non generalizzato. Alias: uno scostamento di bilancio per sostenere le aziende energivore sderenate dal caro-petrolio ci sta, ma non giochiamo troppo col fuoco se no ci scottiamo le dita…

Banche sane, pochi default tra le moratorie
Un quadro incoraggiante Visco l’ha tratteggiato poi sul sistema bancario e finanziario, al quale non servono sostegni pubblici, il patrimonio complessivo del settore è solido, anche se restano alcune fragilità, con qualche rischio di insolvenza per alcuni intermediari. Ma comunque come raffreddori a confronto col Covid di un default del genere del Montepaschi o delle popolari venete. La buona notizia è che le moratorie concesse dal governo si sono ridotte per ammontare complessivo a circa 33 miliardi, meno di un quarto del totale concesso da marzo 2020. Una notizia davvero buona e non scontata, che dimostra come le imprese, ripartendo l’anno scorso nella loro n ormale ed anzi spesso accelerata attività, hanno cercato di rimborsare i loro debiti! E non basta: a “settembre scorso, ultima data per cui sono disponibili evidenze più dettagliate, i prestiti con moratoria scaduta e quelli con moratorie ancora attive presentavano un tasso di ingresso in default pari, rispettivamente, al 2,4 e al 4,6%, s fronte dello 0,9 per i finanziamenti che non avevano beneficiato di misure di sostegno”. Diciamocelo: poteva andare assai peggio.

I rischi delle criptovalute
Non poteva mancare una stangata sulle criptovalute, che accomuna la linea di tutte le banche centrali del mondo, peraltro il clamoroso ritardo sia nella definizione della loro unica possibile risposta “di mercato”, cioè il lancio delle stable-coin, sia soprattutto nell’emanazione di norme coercitive e anche repressive rispetto al fenomeno, capaci di tutelare gli sprovveduti dai clamorosi rischi che si stanno assumendo.
“La forte volatilità del valore degli strumenti scambiati sui mercati delle cripto-attività – dice il governatore – la cui capitalizzazione a livello globale si è ridotta nelle scorse setimane della metà rispetto al picco di circa 3000 miliardi di dollari raggiunto lo scorso novembre – non solo determina forti pericoli per gli investitori, come abbiamo più volte sottolineato, ma può anche avere in prospettiva implicazioni di rilievo per la stabilità finanziaria”.