Ponti crollati e infrastrutture distrutte: tutta colpa dell'ossidazione
Ponte Morandi

Il crollo del ponte Morandi a Genova ha portato con sé l’intera classe politica e la classe dirigente del secondo dopoguerra e reso in qualche modo definitivo il risultato delle elezioni del 4 marzo sottolineandone il carattere eversivo. Gli immeritati fischi ai pochi rappresentanti dei precedenti governi e gli altrettanto immeritati applausi ai nuovi governanti,  caricano questi ultimi di una enorme responsabilità: crediamo alle vostre dichiarazioni, prendiamo molto sul serio la promessa di cambiamento e ci aspettiamo che il nuovo modo di governare sia non solo formalmente diverso, ma migliore. 

La serietà della situazione impone anche a chi non ha mai creduto alle capacità di governo di questa nuova classe dirigente dalle caratteristiche personali discutibili, un momento di pausa e di riflessione sull’opportunità di di dar corso a una opposizione collaborativa,  istituzionale, perché il costo del periodo di trapasso non sia toppo gravoso per i cittadini: credo che questo sia il significato degli applausi al Capo dello Stato e ai Vigili del Fuoco, una presa di coscienza che esiste un nucleo stabile da cui ripartire al di sopra della provvisorietà degli incarichi politici. 

E’ però importante, al di fuori da ogni retorica, fare alcune considerazioni. Quello che abbiamo visto conferma che il consenso per i nuovi governanti è indipendente dalla qualità delle loro dichiarazioni –  in questa occasione hanno dato quello che speriamo essere il peggio di loro – analogamente a quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, dove il Presidente Trump conserva il 40% dei consensi  dopo un anno di menzogne  e a volte di vere sciocchezze: le analogie sono impressionanti.

La evidente inutilità della polemica politica tradizionale è un addizionale buon motivo  per una opposizione costruttiva: a un certo punto la gente capirà.

Una seconda riflessione riguarda il fatto che con il ponte Morandi è andata in pezzi la reputazione dell’ingegneria Italiana e con essa la filosofia delle grandi costruzioni in cemento armato. Credo sia venuto il momento di cambiare la cultura costruttiva del paese. Il quasi contemporaneo flop di Dazn ci dice che si devono cambiare molte altre cose.  Una terza riflessione nasce dalla meschina figura della società Autostrade che cerca di comprare la benevolenza dei familiari delle vittime traducendo cinicamente il dolore in moneta senza una dichiarazione di solidarietà o di vicinanza. Questo mentre la famiglia azionista di maggioranza festeggiava il Ferragosto a Cortina. Credo che questi comportamenti affossino definitivamente la filosofia delle privatizzazioni di grandi asset dello Stato con affidamento a un imprenditore privilegiato, con l’aggravante di una concessione con clausole secretate alla faccia del mercato e della trasparenza. 

Ovviamente si è agito in buona fede credendo di aver trovato la soluzione, mentre invece  si ufficializzava il familismo italiano, forse la più pesante palla al piede della nostra economia, quale migliore scelta gestionale. Questo spiega anche il quasi silenzio di Confindustria, preoccupata dal pericolo di irresponsabili successive nazionalizzazioni.

Il paradosso delle privatizzazioni italiane, sempre e solo parziali perché i governi non hanno mai accettato di rinunciare alla nomina del management e nel caso Autostrade, come anni  prima per Telecom, hanno preferito una supervisione familiare alla nomina di un management indipendente valutato solo sui risultati. In fondo quale società è più public company di una Spa di proprietà dello Stato, cioè di tutti i cittadini? L’alternativa vera era la quotazione totale in Borsa e la nomina indipendente del management. 

Finché le leggi del mercato regolato non prevarranno sugli interessi della politica, non potremo avere una gestione veramente meritocratica delle imprese: col ponte Morandi è andata in briciole non solo l’industria italiana, ma il modo stesso di fare impresa in un Paese  dove lo scambio di interessi prevale sulla obiettività del risultato. 

Le cose da cambiare, dopo la lezione di Genova, sono tante e non sono sicuro che chi invoca il cambiamento abbia una visione matura e condivisibile dell’interesse generale.

Forse dovremo aspettare l’arrivo dell’onda delle nuove tecnologie per essere costretti a  iniziare una vera  trasformazione culturale: ci aspetta un periodo di intensi studi ai quali non siamo preparati, ma che dovremo affrontare se non vorremo soccombere sotto tanti altri ponti pericolanti.