C’è un numero, nell’ultima rilevazione di Altroconsumo sui costi dei conti correnti, che vale da solo un intero convegno sulla trasformazione digitale del sistema bancario: 87,90 euro. È il forfait che un correntista giovane di UniCredit, titolare del conto Genius, si vede addebitare in un anno se pretende che le sue operazioni vengano eseguite per intero da un essere umano dietro il vetro, e non dallo sportello automatico installato tre metri più in là. Poiché quel conto, secondo l’indicatore dei costi complessivi elaborato dalla Banca d’Italia, ne costa 28,20, il conteggio è presto fatto: il bancario in carne e ossa costa più del triplo del conto corrente al quale è attaccato, e porta la spesa reale a 116,10 euro. Per le famiglie il sovrapprezzo dell’umanità sale a 121,65 euro, per i pensionati a 120,40: cioè, in entrambi i casi, il conto raddoppia. Il merito dell’inchiesta firmata da Adelia Piva, con la consulenza di Donato Todisco, sta tutto qui: nel fare pazientemente ciò che nessuno fa, e cioè confrontare gli stessi conti a distanza di otto mesi, a parità di operatività, leggendo un foglio informativo dopo l’altro. Ne esce una fotografia che le comunicazioni di modifica unilaterale del contratto, spedite a giugno in caratteri da sei punti, avevano diligentemente sfocato. La direzione è inequivocabile: da gennaio ad agosto 2026 i conti tradizionali rincarano poco ma rincarano per tutti, con l’indicatore medio che sale dello 0,35% per le famiglie, dello 0,43% per i giovani e dello 0,49% per i pensionati, e con due soli istituti a muovere il listino, UniCredit e Bper. Nessuno dei due ha toccato il canone, che è la voce che i clienti guardano: hanno lavorato sulle commissioni, che è la voce che nessuno guarda. Dieci centesimi in più sul bonifico Sepa online, trenta su quello cartaceo allo sportello, un quarto di euro a Bper per ogni addebito diretto, cioè per ogni bolletta e ogni abbonamento che si paga da solo mentre dormiamo. Dieci centesimi bastano a far salire del 7,22% il costo annuo di un correntista giovane: la matematica dei piccoli numeri, che è la vera scienza applicata del retail banking. Sul fronte online la storia si divide in due. Le banche digitali hanno scoperto gli under 35 e li corteggiano come operatori telefonici, perché un conto aperto a venticinque anni è una rendita quarantennale: Isybank azzera il canone e si accolla il bollo, portando l’indicatore da 150,70 a 31,90 euro, Ing rende permanente il canone gratuito per gli under 30 e scende da 35 a 5. Nel frattempo Fineco dimostra che il canone zero è la moquette gratis dell’agenzia immobiliare: sparisce dal cartello e ricompare nel dettaglio, tra i 2,95 euro per versare contanti a un Atm, la carta multifunzione che passa da 29,95 a 39,95 e i prelievi sotto i cento euro che raddoppiano da 0,80 a un euro, con il risultato che l’indicatore cresce del 49% per i giovani, del 64% per i pensionati e del 90% per le famiglie. Sullo sfondo, il dato più eloquente di tutti resta quello che non si muove: la remunerazione media della liquidità sui conti è ferma a zero, mentre lo scoperto senza fido viaggia a un tasso medio del 17,97% e il fido al 12,41%. La banca compra il denaro a zero e lo rivende a diciotto, e nel frattempo ci fa pagare il diritto di essere serviti da qualcuno che respira. Chi ha vent’anni e uno smartphone se la cava con trenta euro l’anno; chi ne ha ottanta e la pensione da ritirare in filiale ne paga duecento. Chiamarla transizione digitale è generoso: è un pedaggio anagrafico, e Altroconsumo ha avuto il merito di quantificarlo con precisione al centesimo.
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