Le proteine alternative possono contribuire a soddisfare il nostro fabbisogno proteico

Questo è il momento della crisi alimentare, è innegabile. Ma è anche il momento della sostenibilità, perciò è naturale ripensare anche il modo in cui produciamo il cibo. Se c’è una possibilità, un modo alternativo di soddisfare il nostro fabbisogno proteico, occorre percorrere la strada. Non è una scelta che possiamo rimandare ulteriormente, perché il sistema alimentare è responsabile del 26% delle attuali emissioni globali di gas serra e la sola agricoltura animale produce il 15% delle emissioni, pari all’incirca a quelle del settore dei trasporti. Ma una strada verso la sostenibilità è già tracciata grazie alle opportunità offerte dalle proteine alternative, che secondo l’ultima edizione dello studio di BCG e Blue Horizon “Food for Thought: The Untapped Climate Opportunity in Alternative Proteins”, rappresenteranno l’11% di tutto il consumo di proteine entro il 2035.

Il mercato delle proteine alternative può raddoppiare 

“Se supportate dalla tecnologia, dagli investimenti e dalle autorità di regolamentazione, le proteine alternative hanno margine per raddoppiare la propria quota di mercato, sempre entro il 2035. Questo non ci stupisce considerando i passi da gigante fatti da questo tipo di prodotti in termini di accettazione da parte dei consumatori” ha spiegato Lamberto Biscarini, Managing Director e Senior Partner di BCG.

L’indagine, condotta su 3.700 intervistati in 7 Paesi, ha rivelato che i miglioramenti nei valori nutrizionali, gusto e prezzo sono fondamentali per aumentarne la domanda: se venissero affrontate le maggiori inibizioni dei consumatori verso questi prodotti, la quota di intervistati che consumano esclusivamente o prevalentemente proteine alternative raddoppierebbe dal 13% al 27%, mentre il numero di chi le bilancia con quelle tradizionali aumenterebbe di quasi un terzo.

Il capitale di rischio è quintuplicato in due anni

All’apprezzamento da parte dei consumatori si aggiungono altri fattori che hanno alimentato i progressi del settore. Secondo il Good Food Institute, il capitale di rischio investito nelle proteine alternative è passato da 1 miliardo di dollari nel 2019 a 5 miliardi di dollari nel 2021, con un aumento del tasso annuo del 124%. Inoltre, stanno crescendo gli investimenti in aziende specializzate in nuove tecnologie come le proteine da fermentazione (+137% dal 2019 al 2021) e a base di cellule animali (+425%). Anche molte aziende alimentari tradizionali fanno preziosi investimenti, mentre i progressi tecnologici contribuiscono a far arrivare nuovi prodotti sul mercato, compresi quelli ibridi, e anche i costi sono in diminuzione, avvicinandosi alla parità con i prodotti a base di proteine animali. Al contempo le autorità di regolamentazione di tutto il mondo stanno revisionando molte procedure e affrontando diverse questioni che riguardano le proteine alternative, dagli hub biotecnologici alle esigenze delle startup, dall’approvvigionamento alla sicurezza alimentare.

Un gigatone di Co2 in meno entro il 2035

L’incremento complessivo degli investimenti nel settore è coerente con una più ampia attenzione agli investimenti sostenibili, che crescono da tre a cinque volte più velocemente di quelli tradizionali. Nel rapporto Food for Thought del 2021, BCG ha stimato che il passaggio alle proteine alternative farà risparmiare 1 gigatone (Gt) di CO2 entro il 2035, ossia circa 0,85 Gt di CO2 equivalente (CO2e) a livello mondiale entro il 2030. Se le proteine alternative arrivassero a conquistare una quota di mercato del 22% entro il 2035, si potrebbe raggiungere una riduzione di 2,2 Gt di CO2e entro il 2030, che equivale a un potenziale risparmio compreso tra 100 e 160 miliardi di dollari; se infine sostituissero il mercato totale delle proteine animali, le emissioni globali di gas serra diminuirebbero di oltre 6 Gt CO2e, con un risparmio potenziale compreso tra 303 e 484 miliardi di dollari.

Questi dati rendono chiaro che si tratta di una grande opportunità per il settore alimentare: gli investimenti nelle proteine alternative producono un impatto del capitale impiegato (IoCE) superiore a quello che possono ottenere i corrispondenti investimenti di decarbonizzazione in altri settori ad alta emissione, come ad esempio il passaggio alle pompe di calore negli edifici più vecchi.” continua Biscarini.

Al consumatore è richiesto un impegno modesto

Rispetto ad altre soluzioni, infatti, il passaggio alle proteine alternative richiede compromessi economici e individuali relativamente modesti per i consumatori: si tratta insomma di un nuovo modo di mangiare e di sostituire o mixare il metodo tradizionale nel  far fronte al proprio fabbisogno proteico. I consumatori che ne sono consapevoli hanno già un atteggiamento positivo poiché ne apprezzano i potenziali risultati.

Impatto sul clima e prospettive

Il sondaggio di BCG ha rilevato che oltre il 30% degli intervistati ritiene che avere un impatto positivo sul clima sia la ragione principale per passare alle proteine alternative.

Lo scenario futuro ha comunque qualche complessità. È pur vero che la transizione comporta non solo opportunità, ma anche grandi cambiamenti per tutti gli operatori dell’industria alimentare (agricoltori, fornitori, produttori e investitori): la velocità e la portata dell’impatto dipenderanno dal tipo di proteina e di alternativa in questione, nonché dal progredire di nuove tecnologie.

Sostegno agli agricoltori e alla filiera

Per cogliere al meglio quest’occasione bisognerà innanzitutto sostenere gli agricoltori, che sono i principali artefici del passaggio ma anche coloro che dispongono di meno risorse e che sono chiamati ad affrontare i rischi maggiori. Inoltre, è importante garantire pari condizioni politiche e normative tra proteine tradizionali e proteine alternative, orientare il capitale verso iniziative di trasformazione, ottimizzare le risorse e il recupero dei rifiuti e continuare a favorire l’accettazione da parte dei consumatori. Cibo buono, sano e sostenibile è già sulle tavole di tutto il mondo e i numeri suggeriscono che è il momento di continuare a generare valore lungo tutta la supply chain.