«Noi non facciamo geopolitica, rispettiamo le regole che ci sono a livello comunitario e internazionale ma facciamo la banca, nell’interesse dei nostri clienti e lo faremo anche in Russia. Lo faremo con le regole che di volta in volta ci saranno, ma non vedo che problemi ci possano essere per noi in Russia che, tra l’altro, per noi è anche profittevole», ha detto recentemente Carlo Messina. I problemi? Li stiamo iniziando a vedere ora. Sul piatto ci sono la metà delle operazioni commerciali con l’Italia, quelle gestite da Banca Intesa, che appunto realizza la maggior parte delle operazioni di investimenti italiani in Russia e russi in Italia, ed è un importante investitore e partner in molti progetti russi, nazionali e internazionali, grazie alle 28 filiali e 976 dipendenti di Banca Intesa Russia, che ha asset per circa 1 miliardo di euro. Tra le banche europee, sono proprio quelle italiane in primis (sul secondo gradino del podio ci sono quelle francesi, mentre al terzo posto troviamo le austriache) a essere le più esposte verso la Russia.

Per gli istituti italiani e francesi l’esposizione ammonta a oltre 30 miliardi di dollari, circa 26,5 miliardi di euro, mentre per quelli austriaci si aggira sui 22-23 miliardi di dollari. Nulla di nuovo, per carità: si tratta di un dato estrapolato da Credit Suisse a giugno, in base ai rilievi della Bri, la Banca dei Regolamenti Internazionali. Quello che cambia è lo scenario, con l’Ucraina sotto attacco e la minaccia di uscludere la Russia dallo Swift, che connette oltre 11mila istituzioni finanziarie per i loro trasferimenti di denaro in tutto il mondo, come avvenne per l’Iran nel 2012. Anche allora, ricordiamolo, dietro pressione degli Stati Uniti, nonostante la Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication abbia sede in Belgio e risponda perciò alla legge europea. Rimuovere la Russia dallo Swift significherebbe impedire l’invio e la ricezione di fondi oltreconfine, con un contraccolpo che nel 2014 – all’epoca dell’annessione della Crimea – l’allora ministro delle finanze russo Alexei Kudrin stimò nella perdita del 5% dell’intero Pil russo.

Una lunga storia d’amore, quella fra le nostre banche e la Russia. A cominciare, appunto, proprio da Banca Intesa: «Intesa Sanpaolo è presente da 47 anni in Russia», si legge sul sito istituzionale www.bancaintesa.ru. «In questi anni la Banca si è resa protagonista di importanti attività economiche e finanziarie legate all’interscambio commerciale fra i due Paesi e di un ampio programma di scambi culturali e scientifici». Dalla Comit, che «iniziò ad avere relazioni finanziarie e commerciali con l’Unione Sovietica già dal 1924, quando il governo italiano accordò un riconoscimento ufficiale al Paese» alla costruzione negli anni Sessanta dell’impianto automobilistico a Togliattigrad, dal finanziamento della costruzione del primo gasdotto che collegava l’Urss e l’Italia alla costituzione nel 1989 della International Moscow Bank (Imb), banca consortile che aveva tra gli azionisti anche la Banca Commerciale Italiana, che poi confluì in Banca Intesa, dall’organizzazione del finanziamento del progetto “Blue Stream”, che prevedeva la costruzione, di un gasdotto che collegasse la Russia alla Turchia, passando sotto il Mar Nero al finanziamento del gasdotto “Nord Stream”, per il trasporto del gas naturale dalla città russa di Vyborg, sul mar Baltico, fino alla città tedesca di Greifswald e la distribuzione nei principali mercati dell’Europa Occidentale, fino ad arrivare alla «privatizzazione del 19,5% delle azioni di Rosneft. Intesa Sanpaolo ha fornito un prestito sindacato di 5,2 miliardi di euro al consorzio Glencore e fondo sovrano Qia per l’acquisto del 19,5% delle azioni di Rosneft». Tanto che Carlo Messima nell’aprile del 2017 venne insignito dell’Ordine dell’Amicizia e Antonio Fallico, Presidente di Banca Intesa, dell’Ordine d’Onore.

Nell’ora più grave (per le banche), Intesa Sanpaolo è in ottima compagnia: se l’esposizione più elevata è quella dell’austriaca Raiffeisen Bank International (il 20% dei ricavi è realizzato in Russia) con un ammontare di prestiti di 10,5 miliardi, e al secondo posto c’è Societè Generale, (la cui quota di ricavi derivanti dalla Russia è il 4%) con 8,7 miliardi di prestiti, la terza banca per esposizione è Unicredit, presente in Russia dal 2005 dopo la fusione con Hvb (che aveva nel Paese una propria controllata), con 2 milioni clienti retail e circa 30 mila imprese a cui i suoi 72 sportelli hanno erogato qualcosa come 8 miliardi di euro di prestiti. Niente di drammatico, per carità: lo scorso anno la controllata russa ha constribuito agli utili del gruppo “solo” per 180 ilioni di euro (rispetto ai 3,9 miliardi complessivi) e pesa per circa il 3% del margine di interesse e per il 3% del capitale allocato. Con tanta ambizione di crescere: di recente Unicredit aveva messo nel mirino Otkritie Bank, una banca privata oggetto di un salvataggio pubblico e poi rimessa sul mercato, un bocconcino da 477 sportelli e 44 miliardi di attività. Poi Orcel aveva fatto dietrofront – spinto anche dal ribasso in Borsa – accennando non troppo velatamente alla crisi ucraina e al rischio di sanzioni. Tema che preoccupa anche i piani alti: la Bce in questi giorni sta chiedendo conto agli istituti di credito dell’area dell’euro della loro esposizione verso la Russia, domandando – come riferito da Bloomberg – di valutare liquidità, prestiti, azioni, obbligazioni, posizioni in valuta e continuità operativa, proprio alla luce delle possibili conseguenze legate alla nuova frattura che si è aperta tra Mosca e i Paesi occidentali per la crisi in Ucraina. Ma anche Bankitalia si starebbe muovendo. «Addirittura», riporta Bloomberg, «la Vigilanza bancaria, in alcuni casi, sarebbe in contatto quotidiano con alcuni istituti di credito per valutare l’impatto di scenari che spaziano da un inasprimento delle sanzioni a una vera e propria invasione dell’Ucraina. In Italia quindi, con ogni probabilità, la Bce si è già messa in contatto con Unicredit e Intesa Sanpaolo, le banche del nostro Paese che risultano anche le più esposte alla Russia».