La giustizia penale italiana accorcia i tempi e, almeno sul fronte degli indicatori misurati dal ministero della Giustizia, lo fa a una velocità superiore alle attese. Nel primo semestre del 2026 la durata complessiva stimata di un procedimento nei tre gradi di giudizio è scesa a 856 giorni, contro i 1.398 del 2019, anno preso come riferimento negli obiettivi concordati con l’Europa nell’ambito del Pnrr. Significa una riduzione del 38,8%, quasi il 40%, che supera di 13,8 punti percentuali il target del 25% fissato dal Piano. Ma soprattutto significa che il primo grado è ormai sceso sotto la soglia simbolica di un anno: nei Tribunali la durata media è passata dai 392 giorni del 2019 ai 299 giorni del primo semestre 2026. La contrazione riguarda anche i successivi passaggi del giudizio, con l’appello che scende da 841 a 483 giorni e la Cassazione che registra la performance più marcata, passando da 166 a appena 73 giorni. Il risultato complessivo è dunque quello di una macchina giudiziaria che, rispetto al punto di partenza scelto per misurare l’impatto delle riforme, ha ridotto sensibilmente i propri tempi. Ma dietro il numero più eclatante, quel 38,8%, c’è una trasformazione ancora in corso, che presenta risultati molto significativi accanto a differenze territoriali e segnali di rallentamento che rendono necessario consolidare quanto ottenuto.

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Tutti i gradi di giudizio accorciano i tempi

Il dato complessivo è il risultato di tre miglioramenti che procedono nella stessa direzione, anche se con intensità differenti. Nei Tribunali la durata si è ridotta del 23,5%, nelle Corti d’Appello del 42,5% e in Cassazione del 56,1%. È proprio la Suprema Corte a segnare la variazione più consistente, con un tempo medio di 73 giorni, il valore più basso dell’intero periodo considerato. Ma anche il primo grado, quello che più direttamente incide sull’esperienza concreta di chi entra nel circuito della giustizia penale, ha compiuto un passaggio rilevante: da 392 giorni a 299, dunque meno di dodici mesi. In appello il calo è ancora più netto, da 841 a 483 giorni, mentre la durata complessiva dei tre gradi si attesta a 856 giorni. Il confronto con il 2019 restituisce quindi un’immagine molto diversa da quella di una giustizia necessariamente condannata a tempi lunghi e crescenti. I numeri del ministero mostrano invece che la durata può essere ridotta in maniera significativa quando gli interventi organizzativi, tecnologici e normativi riescono a produrre effetti sulla capacità degli uffici di definire i procedimenti.

Il risultato assume un peso particolare perché il 2019 non è un anno scelto casualmente. È il termine di confronto utilizzato negli impegni assunti dall’Italia con l’Unione europea nell’ambito del Pnrr. L’obiettivo era ottenere una riduzione del 25% della durata dei processi. Il 38,8% registrato nel primo semestre 2026 va quindi oltre il parametro fissato come traguardo, mostrando un miglioramento superiore di quasi quattordici punti percentuali. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha letto questi risultati come la conferma di un «percorso di profonda trasformazione» della giustizia italiana, attribuendoli alle riforme, agli investimenti e al lavoro di magistrati, personale amministrativo e delle altre professionalità impegnate negli uffici giudiziari. Al di là delle valutazioni politiche, il dato misurabile è che la riduzione della durata non riguarda un solo segmento della macchina giudiziaria, ma tutti e tre i gradi di giudizio.

Il territorio conta, e non poco

La fotografia nazionale, tuttavia, non significa che tutti gli uffici abbiano registrato lo stesso miglioramento. Il dato territoriale mostra una diffusione ampia dei progressi, ma anche margini ancora significativi. La durata dei procedimenti penali è migliorata rispetto al 2019 nel 79,3% delle Corti d’Appello, vale a dire in 23 sedi su 29, e nel 74,3% dei Tribunali, 104 sedi su 140. Più della metà dei Tribunali ha superato il target di riduzione del 25% previsto dal Pnrr e 41 uffici hanno registrato una diminuzione della durata superiore al 40%. È un elemento importante perché segnala che il risultato complessivo non deriva esclusivamente dalle performance di poche grandi sedi, ma da un miglioramento distribuito su una parte consistente del territorio nazionale.

Restano però differenze significative. Alcune sedi mostrano infatti dinamiche che non coincidono perfettamente con la media nazionale. Le Corti d’Appello di Taranto e Perugia, per esempio, hanno registrato un incremento marcato della durata rispetto al 2019, pur evidenziando un netto miglioramento nell’ultimo anno. E proprio queste differenze spiegano perché il dato nazionale debba essere letto come una fotografia di sistema e non come la certificazione di una situazione omogenea. Lo stesso ministero segnala la presenza di numerose sedi nelle quali esistono ancora margini di miglioramento. La sfida, terminata la fase straordinaria legata al Pnrr, diventa dunque quella di trasformare il recupero di efficienza in una condizione strutturale, evitando che i risultati dipendano da interventi temporanei o da performance particolarmente positive di singoli uffici.

L’ufficio per il processo e la digitalizzazione

Dietro la diminuzione dei tempi c’è una combinazione di fattori. Tra quelli indicati dal ministero c’è la progressiva messa a regime dell’Ufficio per il processo, il modello organizzativo pensato per affiancare i magistrati e aumentare la capacità degli uffici di lavorare e definire i procedimenti. A questo si aggiunge la digitalizzazione della giustizia, che negli ultimi anni ha modificato progressivamente il modo in cui vengono gestiti documenti, fascicoli e attività processuali. Non si tratta di una singola innovazione capace da sola di cambiare i tempi della giustizia, ma di una trasformazione organizzativa che incide sui processi di lavoro quotidiani.

Il miglioramento dei tempi va inoltre letto insieme all’andamento delle pendenze, perché una giustizia più rapida non è soltanto quella che impiega meno giorni per arrivare alla decisione, ma anche quella che riesce a ridurre il numero di procedimenti che restano in attesa. E anche su questo fronte i numeri sono significativi. Rispetto al 2019, le pendenze penali sono diminuite del 30,5% nei Tribunali, del 45,6% nelle Corti d’Appello e del 55% in Cassazione. Complessivamente, i procedimenti pendenti nei tre gradi di giudizio sono passati da oltre 1,44 milioni nel 2019 a circa 955mila al 30 giugno 2026, con una riduzione del 33,7%. In altri termini, in poco più di sei anni la giacenza complessiva si è ridotta di quasi mezzo milione di procedimenti.

Il nodo prescrizione

Il calo dei tempi ha anche una conseguenza su uno dei temi più delicati della giustizia penale italiana: la prescrizione. I dati del primo semestre 2026 mostrano infatti una diminuzione delle prescrizioni in primo grado davanti al giudice monocratico e, soprattutto, un crollo in Corte d’Appello. Nel confronto tra il primo semestre 2025 e il primo semestre 2026, le prescrizioni in appello sono scese da 13.961 a 5.995, con una diminuzione del 57%. Davanti al giudice monocratico dei Tribunali il calo è stato invece del 14%, passando da 12.695 a 10.901. Sono numeri che arrivano mentre il Parlamento sta discutendo un nuovo intervento sulla disciplina della prescrizione, dopo il via libera della Camera e con l’esame al Senato sostenuto in particolare da Forza Italia.

Il quadro normativo è peraltro diventato negli ultimi anni sempre più articolato. La riforma Cartabia ha introdotto il regime dell’improcedibilità, applicabile ai reati commessi dal 1° gennaio 2020, prevedendo lo stop della prescrizione dopo la sentenza di primo grado e termini massimi per la conclusione dei giudizi di impugnazione. In particolare, il limite è di due anni per l’appello e di un anno per il giudizio in Cassazione: se questi termini vengono superati, scatta l’improcedibilità. Ed è proprio su questo fronte che cominciano a comparire i primi numeri. Nei primi sei mesi del 2026 le improcedibilità in appello sono salite a 252, contro le 70 registrate nello stesso periodo del 2025. L’aumento è consistente, ma va interpretato anche alla luce dei tempi di entrata a regime della disciplina, che si applica ai procedimenti relativi a reati commessi dal 2020.

L’arretrato si riduce, ma la macchina rallenta

Il quadro diventa più interessante osservando i dati relativi al solo primo semestre 2026. Perché se la fotografia rispetto al 2019 è nettamente positiva, il confronto anno su anno mostra alcuni segnali che invitano alla prudenza. In Corte d’Appello, per esempio, i procedimenti definiti sono diminuiti del 15,3% rispetto al primo semestre 2025. Il tasso di smaltimento, il cosiddetto clearance rate, è sceso da 1,51 a 1,37, pur rimanendo su un livello elevato. In Cassazione, invece, la dinamica è opposta: il numero delle definizioni è aumentato del 15,3% e il clearance rate ha raggiunto 1,13, il valore più alto dal 2019. Nei Tribunali il dato resta sostanzialmente vicino alla parità, con un valore di 0,99 nel primo semestre 2026.

Anche nei Tribunali la dinamica non è uniforme. Le definizioni sono diminuite dell’8% nelle sezioni del dibattimento monocratico e del 2% nelle Corti d’Assise, mentre sono aumentate del 3% nel dibattimento collegiale e del 6% nelle sezioni Gip e Gup. Sono numeri che aiutano a leggere in modo meno trionfalistico il dato sulla durata: la giustizia penale ha effettivamente accorciato i tempi e ridotto l’arretrato, ma la capacità di mantenere il ritmo delle definizioni non è identica in tutti i segmenti. Il fatto che il Pnrr sia arrivato alla conclusione a giugno rende proprio questo passaggio particolarmente importante: una parte degli strumenti utilizzati per produrre il recupero di efficienza dovrà ora dimostrare di poter funzionare anche in una fase ordinaria.

Quasi un terzo delle pendenze in meno

Il dato sull’arretrato resta comunque uno degli indicatori più rilevanti dell’intero quadro. La riduzione complessiva del 33,7%, da oltre 1,44 milioni a circa 955mila procedimenti pendenti, è accompagnata da risultati particolarmente marcati in alcune sedi. Le pendenze sono diminuite nell’89,7% delle Corti d’Appello. Tra queste ci sono anche Firenze, Genova, Messina e Taranto, che hanno ridotto la giacenza nonostante un aumento della durata rispetto al 2019. È un dettaglio tutt’altro che marginale, perché dimostra che durata e arretrato non si muovono necessariamente sempre nella stessa direzione. Una sede può avere ancora tempi medi elevati e, allo stesso tempo, riuscire a smaltire una parte consistente dei procedimenti accumulati.

Nei Tribunali il calo delle pendenze ha interessato l’84,3% delle sedi. Il ministero segnala in particolare 14 uffici che hanno ridotto la giacenza nonostante un aumento della durata rispetto al 2019. In alcune sedi il miglioramento è stato particolarmente marcato: Lagonegro, Tempio Pausania, Lodi, Fermo e Arezzo hanno ridotto la durata di oltre il 70%. A questa contrazione si è accompagnata una diminuzione delle pendenze che ha raggiunto il 65,4% a Lagonegro e il 77,8% ad Arezzo. Sono dati che mostrano quanto le dinamiche organizzative dei singoli uffici possano incidere sulla capacità di smaltimento e quanto il dato nazionale sia il risultato di situazioni territoriali molto diverse tra loro.

La prova del dopo-Pnrr

Il bilancio del primo semestre 2026 consegna quindi una giustizia penale più veloce rispetto al 2019, con un miglioramento che supera nettamente l’obiettivo europeo. Il passaggio da 1.398 a 856 giorni nella durata complessiva dei tre gradi, la discesa del primo grado sotto l’anno, il dimezzamento quasi completo dei tempi in appello e la riduzione a 73 giorni della durata media in Cassazione rappresentano numeri difficili da ignorare. Lo stesso vale per le pendenze, scese di un terzo nel complesso e di oltre la metà in Cassazione, e per il forte calo delle prescrizioni in appello.

Ma proprio perché il risultato è significativo, il punto ora diventa capire quanto sia stabile. La conclusione della fase Pnrr segna infatti il passaggio dalla stagione degli obiettivi e degli investimenti straordinari a quella del consolidamento. Il rallentamento delle definizioni in Corte d’Appello, il calo di alcune categorie di procedimenti definiti in Tribunale e le differenze ancora evidenti tra gli uffici dicono che la partita non è chiusa. La vera prova della riforma della giustizia penale sarà quindi la capacità di mantenere nel tempo i risultati raggiunti senza accumulare nuovo arretrato.

Per il momento, però, la fotografia al 30 giugno 2026 racconta un cambiamento concreto. In sei anni e mezzo il processo penale medio ha perso 542 giorni sulla durata complessiva dei tre gradi, mentre il numero dei procedimenti pendenti è diminuito di circa 485mila unità. Non significa che la giustizia italiana abbia risolto il problema dei tempi, né che il miglioramento sia uniforme sul territorio. Significa però che l’obiettivo di ridurre la durata dei processi, che per anni è rimasto uno dei grandi nodi strutturali del sistema, oggi può essere misurato attraverso una sequenza di numeri che va nella stessa direzione. La sfida, adesso, è fare in modo che quegli 856 giorni non siano il punto di arrivo di una stagione straordinaria, ma una nuova base di partenza.