Robot

«Bisogna essere ottimisti ma insieme preoccupati. La storia dell’umanità insegna che fino ad oggi la tecnologia ha creato più posti di lavoro di quanti ne abbia distrutti. Ma la discontinuità in atto», dice Ferruccio De Bortoli, presidente della fondazione Vidas ed editorialista del Corriere della Sera, cha ha diretto per molti anni, «sta cambiando tutti i paradigmi. E ci sono due scuole di pensiero che dividono economisti, futurologi e analisti di dinamiche industriali: una ritiene che il lavoro verrà decimato, l’altra che verrà rilanciato. Io dico che intanto la proposta di Bill Gates di tassare i robot è intelligente perché stiamo vivendo il paradosso di un’innovazione tecnologica fortemente incentivata dalla politica fiscale, mentre il lavoro tradizionale è fortemente tassato. Una contraddizione da cui uscire».

Dunque come valuta le due opposte tesi sull’impatto che la robotizzazione avrà sull’occupazione?

La prima scuola di pensiero è quella di Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, di Oxford, che nel 2013 sono arrivati alla conclusione che il 47% delle attuali professioni e mestieri è a rischio di sostituzione da parte dei robot. L’Ocse, con molti altri economisti, afferma invece che le probabilità di sostituzione investirebbero una percentuale molto più limitata dell’attuale occupazione umana, negli Usa ad esempio il 9 per cento. Ci sono poi alcuni interessantissimi cataloghi della paura che individuano, per esempio, un indice di sostituzione bassissimo per professioni quali la fisioterapia o l’odontoiatria e altissimi rischi di estinzione per i venditori vecchio stampo, gli impiegati bancari… anche per professioni che richiedono titoli di studio elevati!.

«Ci sono due scuole di pensiero: una ritiene che i posti saranno decimati, l’altra che invece gli impieghi umani ripartiranno»

E dunque?

Si oscilla tra visioni millenariste alla Asimov che prevedono l’arrivo di legioni di robot e un’enorme disoccupazione di origine tecnologica, che imporranno scelte politiche drastiche come il reddito di cittadinanza, e altre, molto più ottimiste, che – come quella sposata dal direttore dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova, Roberto Cingolani – sostengono che dietro ogni robot lavoreranno 5 uomini, in una filiera professionale tutta nuova. Per me, occorre quindi essere pragmatici, se guardiamo ai profili professionali più richiesti oggi, contatiamo che in buona parte vent’anni fa non esistevano… E viceversa le multinazionali che negli Anni Novanta attiravano le proteste dei no-global avevano ed hanno milioni di dipendenti, mentre oggi gli unicorni del web nati in quellìepoca nei garage tra la simpatia dei contestatori oggi hanno miliardi di valore e poche migliaia di dipendenti. Il progresso galoppa e spiazza. Bisogna comunque impegnarsi a individuare tutti gli spazi della nuova occupazione. Se ne aprono di impensabili. Basti pensare ad Amazon, che ha appena inaugurato la sua prima libreria fisica… Sembra un paradosso, eppure… Probabilmente i nuovi spazi si creeranno nei servizi più che nella manifattura».

E le professioni intellettuali? Al giornalismo cosa succederà?

Già oggi si sono algoritmi che hanno sostituito totalmente alcuni giornalisti. “Non male”, ironizzerebbe qualcuno… Ma mi ha anche molto colpito la notizia del robot Bepper che ha tenuto una straordinaria lezione di economia in un campus americano ma alla fine ha detto: “I’m just a robot’, sono solo un robot, dimostrano una saggezza e un’umiltà…umane anzi un po’ sovrumane!.

Una riflessione: i robot non sono consumatori. Se sostituiranno i lavoratori, toglieranno in tal modo reddito a molti consumatori che perderanno il loro accesso ai consumi. E allora le imprese a chi venderanno i beni prodotti dai loro robot?

Ma infatti: è preciso interesse dell’impresa avere sempre sul mercato una domanda simmetrica all’offerta che produce. Quindi anche chi punta sui robot capirà che è suo interesse difendere il lavoro umano retribuito!.

Ecco: però non se ne parla molto, di queste e altre contraddizioni delle nuove tecnologie…

Il problema di fondo dal punto di vista filosofico-concettuale è che a differenza del periodo greco, in cui c’era tanto pensiero e poca tecnologia, oggi c’è molta tecnologia e poco pensiero. Però forse bisognerebbe rileggere le famose regole dei robot di Asimov, in particolare quella che afferma che mai i robot devono poter fare qualcosa di contrario agli interessi dell’uomo, la tecnologia non deve sfuggire di mano all’umanità e prendere il sopravvento. Tutta questa materia interpella fortemente la politica e impone un ripensamento della gestione dell’innovazione nella direzione dell’interesse comune, considerando che non sempre la sola produttività determina vantaggi. Oggi Amazon è la società che appartiene all’uomo più ricco del mondo, la Apple ha riserve pari al pil della Repubblica Ceca. Sono giuste anomalie simili? Qui entriamo su un terreno franoso, la capacità delle democrazie liberali incapaci di definire politiche che guardino al futuro e non solo al passato…».

Intanto dilagano i lavoretti: fattorini, uberisti, pseudo-albergatori…

Intanto bisogna dire che spesso i giovani più entusiasti di ogni nuova App non si rendono conto dei rischi che corrono anche a opera di quelle App. Andiamo verso un mondo di vittime digitali felici utilizzatrici dei loro carnefici? E’ cero che dilaga un pensiero unico digitale da prendere con le molle. Nel mondo digitale si procede per mode e non nascono quasi mai pensieri critici laterali. La tecnologia sta diventando l’ideologia totalitaria di questo secolo, ha rimpiazzato le ideologie culturali e politiche del secolo precedente, per cui si valutano solo i possibili vantaggi delle innovazioni per gli individui e si sottovalutano o si trascurano del tutto i costi di carattere generale che ricadranno sulla collettività.

Chi guida quest’ideologia tecno-totalitarista?

I grandi del web, i cosiddetti Over The Top, Ott: sono figli della Rete, sono prosperati grazie alla sua neutralità, e poi hanno costruito mondi chiusi e creato un oligopolio potentissimo, assolutista nella tendenza all’esclusività, di cui i grandi player sono i kapò. Figli della deregulation, padri dell’oligopolio, chiusi al dialogo. Una grande contraddizione. Qualche domanda in più dovremmo porcela.