Alberto Leonardis Presidente del Gruppo Sae

«I giornali locali sono come whatsapp, creda a me, sono una specie di social ante-litteram, dove la gente si parla, si confronta, concorda, litiga, scherza…», dice Alberto Leonardis, sette quotidiani locali acquistati in tre anni di cui 6 oggi stabilmente controllati sotto il gruppo Sae (Sapere aude editori). Aveva rilevato dal Gruppo Gedi, tre anni fa, il Centro di Pescara, per poi rivenderlo dopo un po’. Quindi ha comprato dallo stesso venditore la Gazzetta di Modena, quella di Reggio, quella di Carpi, la Nuova Ferrara, il Tirreno di Livorno e adesso la Nuova Sardegna. Trenta milioni di fatturato, in equilibrio economico, con oltre 70 mila copie vendute e una decina di milioni di visitatori al mese sui siti.

Dottor Leonardis, i giornalisti di tutt’Italia la vogliono santo subito! Un imprenditore che crede nel futuro dell’informazione! Una mosca bianca o – per restare in tema – il classico “uomo che morde un cane”, la notizia per antonomasia. Ma cosa le prende? In Borsa i titoli editoriali quotano la metà del fatturato. Se non ti chiami “Meta” qualcosa, non sei nessuno. Se non sei digitale dalla testa ai piedi ti considerano un fossile… e lei, compra giornali? E si permette pure di guadagnarci?

Gliel’ho detto, l’informazione locale è il luogo dove le persone vogliono incontrarsi, è veramente come whatsapp”, risponde lui senza scomporsi (non si scompone mai). “Vuol dire – prosegue – che non esiste un altro strumento che abbia la stessa connessione profonda con le comunità locali, e nel contempo non esiste una legittimità dell’informazione veicolata da brand storici più forte di quella che abbiamo noi. Se è vero, com’è vero, che il valore aggiunto dei giornali sta nel fare argine alle fake-news e alla diffusione malsana di informazioni sbagliate sui social, è vero che testate come queste che abbiamo acquisito sia per la loro storia che per la loro identità garantiscono la verità del racconto. Mettendo insieme la verità e l’effetto whatsapp si crea una fidelizzazione potente che si articola nel nuovo modello di business che stiamo mettendo a punto…

Quale modello, Leonardis?

Attorno alla credibilità delle testate e alla fidelizzazione del pubblico si possono attivare tanti strumenti di business che al momento sembrano collaterali ma diventeranno core-business.

Quindi l’editoria nei prossimi anni, secondo lei, anziché restringersi dovrà allargare il proprio ambito?

Sì, trovando nella dimensione locale e nel rapporto col territorio un forte valore aggiunto. Faccio l’editore locale perché riconosco e apprezzo il collegamento diretto che c’è tra una testata e la sua area. Una delle primissime operazioni che stiamo per lanciare è una tv in streaming di gruppo, che andrà a raccontare sempre di più e sempre meglio i suoi territori, in una logica di marketing d’area, nella quale esaltare il valore aggiunto dell’enogastronomia, della cultura, delle eccellenze di ogni località nelle loro declinazioni più particolari e significative

 Sulla carta stampata?

Certo, ma naturalmente – e non a caso le parlavo della tv in streaming – anche e sempre più sui media digitali

Vasto programma, e auguri di cuore. Ma se le chiedo chi glielo fa fare? Lei è arrivato a 53 anni facendo il deal maker, tra Ict e relazioni istituzionali. Poi, la voglia matta dell’editoria, controcorrente. Dica la verità: vuol far politica?

Sono nato all’Aquila e ho rivenduto le mie quote nel primo quotidiano abruzzese dopo averlo rilanciato: se avessi voluto far politica sarei rimasto. E poi io sono un socialista libertario, penso sia giusto preoccuparsi della redistribuzione dei redditi per arginare le disuguaglianze ma sempre rispettando la libertà d’iniziativa individuale, che fa la differenza. Insomma, sono un sognatore, non posso far politica.

E dunque?

All’editoria sono arrivato quasi per caso, anche se sulla base di un’estrazione umanistica. A un tratto, qualche anno fa, ho percepito che per me questi non erano più business come gli altri, come quelli che facevo da vent’anni. E’ scattata la passione, non me ne vergogno. Questa sfida mi piace troppo. Produrre contenuti sul territorio, con le nuove competenze giornalistiche di oggi, potenziandoli con la forza pervasiva del digitale e dei big data…bellissimo!

Ci racconti allora com’è arrivato, all’editoria…

Intanto voglio dirle che sono aquilano doc, e orgoglioso di mio padre primario ospedaliero ma anche di mio nonno, coltivatore di zafferano. Subito dopo gli studi ho iniziato a lavorare. Da ragazzo, ancora. Prima al Formez poi al Ced della Sip. Rientrai all’Aquila per occuparmi della comunicazione della Scuola superiore del gruppo Telecom dove conobbi Domenico De Masi al quale proposi di costituire un consorzio sul telelavoro, il “Centro italiano telelavoro”, cui partecipava l’Eurobic, una società che si occupava di finanza agevolata. A Eurobic qualche tempo dopo proposi di andare a Roma per loro conto a fare relazioni e sviluppo del business. Fu la prima svolta della mia vita. Oltre a Eurobic a Roma presi altri grandi clienti tra cui Microsoft, Ey, Siemens Medical Solutions, Oracle Italia, Confindustria Brescia, Telecom Italia …

E niente editoria…

Ci arrivo. Conobbi il direttore del Corriere delle Comunicazioni, Gildo Campesato, tuttora un amico. Che mi propose di entrare nel capitale del giornale, che aveva bisogno di un rilancio. Misi insieme un po’ di soci, da Oscar Cicchetti a Mario Rosso, e l’operazione riuscì. Il Corriere crebbe, divenne il punto di riferimento del settore, finchè venne acquisito da Digital 360. Di lì a poco un altro amico che ancora lavora con me, Gianni Giovannetti, mi propose di dare una mano all’Agenzia Dire, e lo feci, finchè venni coinvolto da Gedinell’asta che stavano facendo per il Centro di Pescara. Ricordo che il competitor era un colosso, il gruppo Toto. Contrapponemmo una cordata con Luigi Palmerini, costruttore; Luigi Pierangeli, imprenditore della sanità privata e di ReteOtto, Cristiano Artoni, distributore giornali e me. E vincemmo!

Però, Leonardis: sia il Corcom sia la Dire sia il Centro li ha poi rivenduti, ed anche presto. Adesso invece vuol restare, gestire e crescere. Cambia tutto. Come mai?

Dopo queste prime tre operazioni fatte con un approccio da banca d’affari e col programma di rilanciare le aziende e realizzare un profitto, ho deciso di provare a costruire qualcosa di grande che metta insieme la mia esperienza nei rapporti, nella finanza e appunto nell’editoria. Di qui le altre operazioni con Gedi e poi l’ultima, appena firmata, per la Nuova Sardegna.

Poi ne parliamo, ma ci spieghi prima com’è organizzato il suo gruppo.

Intanto le dico chi sono i soci della Sae: c’è il mio club deal che fa capo a me, con la mia Almi (Alberto e Michela, i nomi di marito e moglie), Massimo Briolini, che fa il direttore finanziario, Giulio Fascetti, che fa il direttore generale, e Alberto Tivoli esperto di digitale. Gli altri soci sono Maurizio Berrighi con Gianfranco Amoruso e Gianfranco Caporlingua. Poi ancora Luca Santini che è il nostro distributore di giornali in Toscana, Davide Cilli che ha una società di Ict e Pietro Peligra che rappresenta Portobello. Io sono presidente e amministratore delegato. La struttura di comando è fatta, sostanzialmente, da me, Fascetti, Briolini poi Giovannetti (relazioni esterne e industriali) Luca Baldanza (marketing e pubblicità) e Marco Racano (area legale). Stiamo costituendo una holding che avrà sede a Milano e controllerà tre società: Sae Emilia, Sae Toscana e Sae Sardegna. Emilia e Toscana nascono oggi al 100% nostre ma saranno aperte a un 20-25% di soci esterni, mentre Sardegna parte sin dall’inizio con soci terzi.

Quali soci?

Abbiamo in corso trattative avanzate ma ancora riservate. Posso dire solo che si tratta di soggetti territoriali estremamente qualificati.

Siamo alla fine. Ma per lei, si direbbe, è un inizio. Dove vuole arrivare?

Intanto, con la Nuova Sardegna, arriviamo a 46-47 milioni di euro di ricavi. Da qui a fine ‘24 la mia idea è cercare di portarci su un ebitda di circa il 10%. A quel punto o ci quotiamo, puntando a crescere dimensionalmente  e tecnologicamente, oppure coinvolgiamo a questi scopi un grande player internazionale. Credo, in tal caso, che avremo l’imbarazzo della scelta…