Altro che applausi e standing ovation come all’Assemblea generale dell’Onu, come al Parlamento europeo, come al Congresso americano e nei parlamenti di tutta Europa. 

Accoglienza tiepida per Zelensky

L’accoglienza del presidente dell’Ucraina in guerra Volodymyr Zelensky all’ultima assemblea dell’Unione africana ad Addis Abeba il 20 giugno scorso è stata segnata, al contrario, da “une grande discrétion” come ha scritto con espressione davvero diplomatica l’inviato del quotidiano francese “Le Monde”. 

E anche il suo messaggio – destinare un rappresentante del governo di Kiev alle relazioni con i paesi africani – è stata accolto dai membri dell’Unione presenti ad Addis Abeba (una minoranza rispetto al plenum di 55 aderenti) “poliment mais sans plus”, per citare ancora il giornalista di Le Monde. In una parola: senza particolare entusiasmo, il minimo sindacale (sans plus) del rispetto diplomatico che si deve al leader di un paese (in guerra) che non ha mai avuto, diciamo così, una “politica africana” anche se il suo grano, come abbiamo appreso in questi mesi dopo l’aggressione russa, è fondamentale per sfamare milioni di africani.

Solo qualche applauso di circostanza, insomma, e neanche una dichiarazione del presidente dell’Unione, Moussa Kaki Mahamat del Ciad, che pure nei giorni successivi ha avuto parole calde, entusiaste per l’ammissione di Israele nell’organizzazione seppure solo come osservatore.

Che è successo? Perché l’Africa ha voltato le spalle all’Ucraina che pure le assicura (meglio: le ha assicurato finora) importanti e strategiche forniture alimentari? C’entrano forse le antiche relazioni con l’ex Urss ai tempi della guerra fredda in quello scorcio finale del colonialismo europeo (per dire, l’Algeria ha appena celebrato i 60 anni dell’indipendenza il 5 luglio e lo stesso giorno la Francia ha ricordato – molto discretamente, va detto – il massacro ad Orano di 700 “pieds-noirs”, francesi ed europei nati e cresciuti in Algeria)? 

Oppure c’entrano le più recenti relazioni con il regime di Pechino che vuole fare del continente africano il suo grande granaio, il suo fornitore esclusivo di derrate e materie prime?

La chiave di lettura sta a Washington

Per capirlo bisogna telefonare a Washington, alla Brookings Institution, un think tank storico che si occupa di “peace keeeping” nel mondo, e ascoltare le parole di un diplomatico francese di lungo corso come Jean-Marie Guéhenno, che dal 2000 al 2008 si è occupato delle operazioni di “peace keeping” per conto dell’Onu e ha una lunga esperienza di relazioni con diversi governi africani.

Guéhenno la spiega così: “Zelensky non si è preparato, ha preso alla leggera l’incontro con l’Unione africana, svoltosi tra l’altro a porte chiuse e quindi con la possibilità di interloquire con maggiore libertà. Ha sprecato un’occasione. Addis Abeba non era una passerella propagandistica…”

Che non fosse una passerella propagandistica e che gli interessi di 55 paesi africani fossero, diciamo così, distanti dagli interessi di Kiev, lo si era capito qualche giorno prima quando il presidente del Senegal Macky Sall ha incontrato Putin a Sotchi, la Saint Tropez russa sul Mar Nero, e alla fine del bilaterale ha dichiarato senza mezzi termini ai giornalisti che “l’Africa non era interessata alle politiche di potenza dell’Europa e alle difficili relazioni tra Kiev e Mosca; non si schierava con la Federazione russa con l’Ucraina”. “L’Africa” concludeva il leader senegalese “ha un solo pensiero e un’unica preoccupazione: far arrivare da qui (cioè dai porti del Mar Nero: ndr) il grano e  fertilizzanti”.

Putin: sostegno ai e dai Brics

Anche Putin, abile e spregiudicato, ha giocato (e gioca) sui fabbisogni alimentari (ed energetici) dei paesi più poveri del mondo. Subito dopo il summit di Addis Abeba, il 24 giugno, lo stesso giorno in cui l’Ue riconosceva a Ucraina e Moldavia lo “status” di paesi-candidati all’ingresso nell’Unione, il boss del Cremlino, incontrando a Mosca i rappresentanti dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), ha avuto parole di fuoco contro l’Occidente e gli Stati Uniti accusati di “egoismo” (a danno, si capisce, dei paesi poveri invitati a creare “un vero sistema economico multipolare”).

Del resto, i Brics, ma non solo, in tutti questi mesi hanno dimostrato di essere molto attenti a non dispiacere troppo Mosca e il suo zar. Il 2 marzo scorso, per dire, Cina e India non hanno votato, astenendosi, la risoluzione dell’Onu di condanna della Russia (hanno votato contro – su 141 paesi – solo Bielorussia, Eritrea, Siria e Corea del nord). Un mese dopo, il 7 aprile, ancora una volta la Cina (con altri 24 paesi su 93) ha votato contro la sospensione della Russia dal Consiglio Onu per la difesa dei diritti dell’uomo.

Tornano i Paesi non allineati

Votazioni simboliche, d’accordo, ma che i paesi del sud del mondo, i più poveri (tranne la Cina che, invece, vuole approfittare della guerra per affermare la sua egemonia globale) hanno voluto utilizzare per segnalare il loro disagio in un mondo che sembra tornato bipolare, Occidente e Russia contro, come ai tempi della guerra fredda.

E se le lancette dell’orologio della storia sembrano girare all’indietro, ecco che dietro la nuova “cortina di ferro” rispunta lo spirito dei paesi cosiddetti “non allineati”, quelli che, per iniziativa della Cina (di Mao, all’epoca) si incontrarono a Bandung, elegante città dell’Indonesia (e per questo chiamata “la Parigi di Giava”), nell’ottobre del 1955 per proclamare la loro distanza dalle due superpotenze, il “non allineamento” appunto, alle strategie di Mosca e Washington. Tra i “non allineati” c’erano allora, solo per citare i paesi più conosciuti, l’India di Nehru, l’Egitto di Nasser, l’Indonesia di Sukarno.

“Con la guerra in Ucraina e lo scontro Usa-Russia è come se fosse tornato lo spirito della conferenza di Bandung” spiega uno dei politologi francesi più attenti alle dinamiche del Terzo Mondo, Jean-François Bayart, docente alla Sorbona e visiting professor a Ginevra e a Torino. “Ma con una differenza fondamentale” aggiunge “nel 1955 le ragioni dei non-allineati erano ideologiche. Oggi sono le ragioni dell’economia, l’Africa senza grano o l’Arabia saudita che per proteggere la rendita petrolifera non ha mai accettato le sanzioni contro la Russia, a dettare l’agenda di chi non vuole stare né con Kiev né con Mosca”.

Il grano non può mancare 

In ogni caso, questi nuovi “piazzamenti” geopolitici si vedranno bene il 15-16 novembre e ancora una volta in Indonesia, a Bali, dove il presidente Joko Widodo ha convocato il summit dei paesi del G20, un summit mondiale. Putin ha fatto sapere che ci sarà nonostante l’opposizione degli Usa (ma questo non ha modificato la decisione di Giakarta che ha invitato anche il presidente ucraino Zelensky con l’assenso implicito di Pechino). 

Non si sa se Putin e Zelensky si incontreranno, ovviamente. Ma certo ai due belligeranti, presenti o assenti poco conta, i “non allineati” faranno sapere che questa guerra europea non deve mettere in crisi l’economia globale. E il grano deve arrivare in ogni caso.