I neomiliardari globali rimettono i piedi a terra

E se avessero ragione loro? I neomiliardari alla Jeff Bezos, alla Bill Gates o alla Xavier Niel (il tycoon francese di Free e della Station F, il più grande incubatore di start-up al mondo ricavato tra le architetture liberty della Gare d’Austerlitz a Parigi); i neomiliardari, si diceva, i quali, dopo averci fatto sognare il turismo spaziale, come ha fatto il boss della Virgin Richard Branson e come hanno promesso di fare Bezos di Amazon e Musk di Tesla con le loro astronavi già puntate verso la Luna e verso Marte, ora, in questa inquieta stagione post-Covid, “rimettono i piedi a terra” come ha titolato con ironia Les Echos, il primo quotidiano economico francese. I piedi a terra nel senso letterale del termine. E infatti hanno messo centinaia di milioni di dollari per acquistare superfici sconfinate di terreni agricoli.

Il Globalista, nell’ultimo numero di Economy (luglio-agosto), ha già raccontato come il fondatore di Microsoft, Bill Gates, uno degli uomini più ricchi al mondo (con un patrimonio di oltre 140miliardi di dollari secondo Forbes), sia diventato il primo agricoltore d’America con aziende agricole in 18 stati dell’Unione che spaziano, è il caso di dire, su 100mila ettari, una superficie pari, tanto per dare un’idea, a tutta la provincia di Hong Kong.

Non è il solo. Altri neomiliardari come John Malone della Liberty, holding dei media, o come il più noto Ted Turner, quello della Cnn, hanno “rimesso i piedi a terra” e stanno investendo in aziende agricole. Tant’è che una fonte ufficiale come il magazine di settore “The Land Report” fa sapere che oggi negli Usa un centinaio di super-ricchi sono proprietari di oltre 17milioni di ettari di terreni agricoli, il doppio rispetto al 2007. Perché mai?, viene da chiedersi. Forse perché, come diceva uno dei primi economisti del XVII secolo, il francese Jean Bodin, un fisiocratico si capisce, “il n’est de richesse que de terre?”, l’unica vera ricchezza è la terra? Deve essere questa la molla di tanti investimenti verdi se perfino due campioni del turbocapitalismo della Silicon Valley come Larry Page e Sergey Brin, gli inventori di Google, hanno lanciato un progetto agricolo battezzato “Mineral” il cui obiettivo è applicare tutte le nuove tecnologie, robotica e algoritmi, alla produzione agricola.

La ragione l’hanno spiegata proprio loro, Page e Brin: «L’agricoltura mondiale dovrà produrre nei prossimi 50 anni più di quanto non abbia prodotto nel corso degli ultimi 10mila, quando l’uomo s’è fatto sedentario e ha cominciato a coltivare la terra da qualche parte tra l’Africa e il Medio Oriente».

Se no, come si fa a nutrire 7,8 miliardi di esseri umani? La tecnologia applicata all’agricoltura è, dunque, il passaggio essenziale: “Labourage et Coding”, lavori agricoli e tecnologia, come scrive l’economista francese Philippe Chalmin, consulente del partito repubblicano, nel suo rapporto annuale “Cyclope” che può essere considerata la Bibbia del mercato delle materie prime.

L’hanno capito quelli di Google, come s’è detto, e l’ha capito pure Xavier Niel, quello di Free e di Station F già presentato, che con un gruppo di amici e il sostegno di Bpi, la banca pubblica di Cassa Depositi e Prestiti che sostiene gli investimenti e le start-up della French Tech) ha creato Les Nouveaux Fermiers (Le nuove fattorie) dove non si coltiva e non si alleva niente, ma si lavora sulle nuove proteine vegetali, quelle destinate, già ora e in modo massiccio entro il 2040 dicono gli esperti, a sostituire le proteine animali nella produzione di bistecche, hamburger e “faux jambon”, falsi prosciutti (su quest’ultimo prodotto si sta impegnando un’altra start-up di Niel, la 77 Foods, che copia in sostanza quello che negli Usa sta facendo la Motif Ingredients che punta a diventare il primo produttore mondiale di materie prime vegetali per la fabbricazione di falsi prosciutti, false bistecche, falso latte e false uove. E sapete di chi è la Motif Ingredients? Di alcuni fondi d’investimento controllati da Bill Gates, Jeff Bezos e Jack Ma, il boss cinese di Alibaba (in questo momento messo da parte dal partito comunista di Xi Jing Ping).

Insomma, l’agro-alimentare è il nuovo business del futuro come dimostrano i dati dell’ultimo rapporto Demeter 2021 da cui risulta che il prezzo delle derrate alimentari è raddoppiato dal 2002 al 2018 mentre il prezzo dei terreni si è addirittura sestuplicato nello stesso periodo.

In tempi di Covid il turismo globale diventa industria dell’ospitalità

Come si legge in un pamphlet di appena 125 pagine scritto dal più noto geografo francese, Rémy Knafou, creatore del Festival internazionale di geografia di Saint-Dié-des-Vosges, che si sta impegnando a convincere politici e imprese a “Réinventer le tourisme” (è questo il titolo del saggio appena uscito in Francia ma sarebbe bene diffonderlo nei paesi più turistici del mondo come gli Usa, l’Italia, la Spagna).

Si tratta, scrive Knafou, di cambiare radicalmente un modello di business basato finora solo sulla quantità (dei flussi) e cominciare a pensare alla qualità, unica condizione per “sauver nos vacances sans détruire le monde” (che è il sottotitolo del libro).

In altre parole, meno torme di esseri umani sui ponti di Venezia, sulla Grande Muraglia o sulle spiagge tailandesi con vista sui grattacieli e più visitatori composti e consapevoli all’ingresso del Louvre o dell’Ermitage.

Fine del turismo di massa, allora? Potrebbe anche essere, senza per questo pensare a un turismo solo per ricchi. L’economista Jacques Attali, che adora l’Italia, ha già trovato la formula: “Meno turismo e più ospitalità”. Che vuol dire accogliere i turisti senza farsi travolgere. Un esempio? Il Bhutan, un posto delicatissimo dal punto di vista naturalistico, che ha deciso di sorteggiare i visitatori. Oppure il Louvre che fisserà delle quote e un numero massimo di visitatori per ogni stagione. Certo i prezzi saliranno ma “détruire le monde” per dirla con il nostro geografo sarebbe un prezzo infinitamente più alto.