È la stagione dei record. Esultano gli irriducibili quelli che hanno creduto in Piazza Affari anche negli anni più bui. Quando, tanto per fare un nome, in piazza Gae Aulenti brillava (si fa dire) la stella di Jean Paul Mustier, il Ceo che, con metodo, si era proposto di smantellare dalle fondamenta Unicredit: un provvido ripensamento dei consiglieri gli ha impedito di portare a termine l’opera avviata con la cessione di Amundi e di Fineco: vendere, anzi svendere pur di uscire dall’Italia, mercato piccolo e disgraziato. Al contrario, Andrea Orcel, chiamato a gestire i cocci di quel che restava della seconda banca italiana, ha scalato passo dopo passo la classifica delle aziende di credito europee fino alle performance spaziali degli ultimi mesi scandita a suon di buy back. La conferma che, al contrario di quel che pensava Mustier, in Piazza Affari non mancavano le buone occasioni che oggi, dopo la lunga eclisse, si fanno strada nel listino che, con l’eccezione del Giappone, accusa la peggior performance del terzo millennio.

Il rialzo di questi mesi, infatti, è stato a malapena sufficiente a riportare la capitalizzazione del mercato italiano al livello del dicembre 2007, alla vigilia della crisi per il crack di Lehman Brothers: 753.85 miliardi di fine 2023 contro 722 di quasi 17 anni fa. C’è voluta poco meno di una generazione per assorbire i guasti della crisi del listino di casa nostra. Anzi: in termini relativi, il gap è ancora da colmare. In rapporto al Pil la Borsa di Milano pesa oggi poco meno del 40% contro il 48% del 2007. Per fare un paragone, in Francia il mercato azionario vale il 91% del Pil, Londra, rafforzata dalla presenza dei colossi del petrolio è delle materie prime, supera largamente il 130%.

Non è certo una novità, direte. Dalla fine degli Anni Settanta del secolo scorso non sono certo mancati i tentativi di risvegliare il mercato azionario restituendo alla funzione di raccolta dei capitali. Di lì una lunga serie di speranze e di successive delusioni. Non è stata sufficiente la nascita dei fondi di investimento a metà anni Ottanta né la lunga striscia di provvedimenti escogitati per adeguare il mercato agli standard internazionali. Anzi. Dall’introduzione dell’euro in poi ogni occasione di crescita del mercati si è tradotta in occasioni per nuove fughe. Inutile fare l’elenco delle tante defezioni, a partire dal gruppo Agnelli, che hanno indebolito l’offerta. Senza dimenticare gli ultimi addii, quello della Saras di casa Moratti e di Tod’s. A conferma che il buon andamento dei marchi made in Italy spesso è destinato a precedere l’emigrazione verso mercati più accoglienti (vedi Essilor Luxottica). Una tendenza destinata a proseguire, a mano a mano che si moltiplicano le occasioni di M&A internazionali.

Non è facile quantificare quanto costa al Paese la debolezza della sua piazza finanziaria in termini di opportunità di business piuttosto che di occasioni di lavoro per gli analisti finanziari. Di sicuro, a fine 2023, sul totale degli investimenti degli operatori istituzionali sul Ftse Mib, quelli dei  fondi italiani rappresentavano una quota pari al solo 8%, in flessione rispetto al 10% del 2007.

Una percentuale bassa che ci colloca al fianco della Spagna (8%) ma ben distanti da Francia e Germania dove il peso degli investitori domestici è rispettivamente del 25 e del 26%.  Il primo degli istituzionali italiani è Banca Intesa che si posiziona al tredicesimo posto con 322 milioni investiti. I numeri lasciano ben intendere come l’ago della bilancia pesi a favore degli stranieri, mettendo a nudo le difficoltà italiane nel creare fondi con dimensioni tali da pesare in modo consistente su un mercato dominato dalla necessità di alimentare gli acquisti sul debito pubblico.