La prossima volta venite da me: mangiamo meglio e spendiamo meno». Alzi la mano chi questa frase non l’ha mai pronunciata, o se l’è sentita rivolgere, dopo una cena al ristorante non del tutto soddisfacente. Certo, la cucina di un amico che sappia il fatto suo fa subito pensare a un miglior rapporto qualità/prezzo. Senza contare i vantaggi, in termini di comfort e di relax, di trovarsi fra le pareti domestiche. E allora, complice la crisi che ha costretto un po’ tutti a tagliare sul superfluo, perché, con un pizzico di coraggio, non provare davvero? Magari unendo al dilettevole anche l’utile e trasformando una cena tra amici in un’occasione di lavoro? Sono nati cosi gli “home restaurant”, uno dei più rilevanti fenomeni  degli ultimi anni, nel mondo del food. Un business che secondo i dati della Camera dei Deputati, nel 2014 ha fatturato 7,2 milioni di euro, coinvolgendo 7 mila cuochi attivi in Italia e circa 300 mila persone per un incasso medio a serata di 194 euro. Si tratta in sostanza di cene private dove  cuochi ufficialmente non professionisti e commensali tra loro sconosciuti si incontrano grazie alla mediazione di piattaforme digitali.  Un mercato talmente in crescita da costringere il legislatore a intervenire per mettere ordine nella materia.

La diffusione del fenomeno ha imposto un intervento normativo che però è fermo alla camera da gennaio. non senza polemiche

Una legge in fieri

Il tutto ha avuto origine dalla richiesta al Governo da parte della Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) perché fossero adottate a breve «misure che impediscano quest’attentato alla salute pubblica e mettano freno a un’evasione fiscale e contributiva pressoché totale».  In base ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità – ricorda ancora la Fipe – «la maggior parte delle tossinfezioni alimentari denunciate in Italia deriva dall’ambito domestico, con picchi del 70% in riferimento a preparazioni di conserve casalinghe». E così è iniziato l’iter per l’approvazione della Legge sull’home restaurant che però, dopo un rapido avvio sembra essersi arenato su chissà quale dimenticato litorale. Ma nell’attesa di nuovi sviluppi in ambito legislativo, che cosa dicono, nel frattempo, gli interessati?

Digitale sì, digitale no

Se il provvedimento nel suo complesso sembra aver incontrato, per ora, il favore della Fipe – «Un buon punto di partenza per la futura regolamentazione del settore» l’ha giudicato il suo presidente Lino Enrico Stoppani – non altrettanto si può dire di altre parti in causa.  Quello che sembra essere divenuto il punto centrale della normativa, e cioè  l’obbligo di servirsi di piattaforme digitali per prenotazioni e pagamenti non piace, ad esempio, a Giambattista Scivoletto, titolare del sito www.bed-and-breakfast.it, il quale, su www.homerestaurant.com, ha espresso il suo dissenso, giudicandolo «fortemente discriminatorio» rispetto a quanto previsto per tutte le altre attività.

Abbiamo messo un cappello tecnologico alla vecchia cena tra amici, dove si divideva la spesa

Nessun dubbio, invece, sul loro utilizzo per tutti i passaggi, dalle prenotazioni ai pagamenti, per Cristiano Rigon, fondatore e Ceo di Gnammo.com, il primo e a tutt’oggi – con i suoi 230 mila utenti – il più affollato portale italiano di  social eating: «Ritengo che la trasparenza sia un aspetto fondamentale – queste le sue parole – la tecnologia facilita la tracciabilità delle transazioni, allontanando i “furbi del contante” e lo spauracchio del “è tutto fatto in nero».

Home restaurant, questo sconosciuto?

«Gli home restaurant? Se ci pensiamo bene, non sono certo una novità – racconta ancora Rigon. Noi abbiamo semplicemente messo un cappello tecnologico a qualcosa che, in realtà, qui in Italia esiste da sempre: una cena tra amici dove si condivide la spesa». La piattaforma, e quindi il mondo di internet che la comprende, sono, secondo lo stesso Rigon «l’unica via che hanno gli home restaurant per ottenere visibilità». Soprattutto se teniamo conto che loro “luogo deputato” sono quasi sempre le grandi città, dove è più difficile riuscire a fare nuovi incontri. E la tavola è, per eccellenza, il luogo della socializzazione. «Quest’anno, a Milano, su Gnammo c’è stato anche il pranzo di Natale! – racconta ancora Rigon – mi fa piacere pensare di aver aiutato qualcuno a sentirsi meno solo in un giorno di festa». Nell’attesa che il legislatore si pronunci, affrontando anche la complessa questione, ancora oggetto di dibattito, della sharing economy, la vita continua. E con lei, pranzi e cene in compagnia. Perché “a tavola – come dice il proverbio – non s’invecchia mai”.