Google ha presentato ricorso contro le due decisioni con cui la Commissione europea, nell’ambito del Digital Markets Act, ha imposto al gruppo di condividere dati di ricerca con operatori concorrenti e di rendere accessibili a servizi di intelligenza artificiale rivali alcune funzioni chiave di Android. La società contesta soprattutto i rischi per privacy e sicurezza, mentre Bruxelles difende un intervento pensato per ridurre i vantaggi competitivi derivanti dal controllo dell’ecosistema digitale.
Il doppio fronte aperto dal Digital Markets Act
La battaglia non riguarda una singola modifica tecnica, ma due snodi centrali dell’economia digitale: il controllo dei dati generati dalle ricerche online e l’accesso alle funzionalità del sistema operativo mobile più diffuso. Il 16 luglio 2026 la Commissione europea ha adottato due decisioni vincolanti nei confronti di Alphabet, società madre di Google, precisando come il gruppo debba rispettare gli obblighi previsti dal Digital Markets Act, il regolamento europeo entrato in vigore per rendere più contendibili i mercati dominati dalle grandi piattaforme.
Da una parte c’è Google Search, che secondo la Commissione mantiene da decenni una quota superiore al 90% del mercato europeo della ricerca online. È proprio questa posizione a rendere particolarmente preziosi i dati prodotti dalle query degli utenti: informazioni su ciò che viene cercato, sui risultati visualizzati e sui clic effettuati consentono di sviluppare e affinare tecnologie di ricerca su una scala difficilmente replicabile da un nuovo entrante. Dall’altra c’è Android, il sistema operativo mobile attraverso il quale Google controlla l’accesso a numerose funzionalità utilizzate anche dai servizi di intelligenza artificiale.
Il ricorso annunciato oggi porta dunque davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea il confronto tra due principi che nell’economia digitale tendono sempre più a sovrapporsi: da una parte la tutela dei dati personali e della sicurezza dell’ecosistema; dall’altra la necessità, secondo Bruxelles, di evitare che il controllo di un’infrastruttura digitale essenziale si trasformi in una barriera all’ingresso per concorrenti e innovatori.
Il nodo più sensibile: cosa succede ai dati delle ricerche
È soprattutto il capitolo Search a concentrare le obiezioni di Google. La decisione europea prevede che il gruppo renda disponibili a operatori qualificati dati relativi a ranking, query, clic e visualizzazioni generati dalle ricerche gratuite e a pagamento effettuate su Google Search. L’obbligo deriva dall’articolo 6, paragrafo 11, del DMA e dovrà essere attuato secondo condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie.
La Commissione ha costruito un sistema di accesso che non coincide con una semplice consegna indiscriminata dell’enorme patrimonio informativo di Google. Il dataset dovrà essere anonimizzato e la procedura prevede specifiche misure tecniche, contrattuali e di controllo. Bruxelles sostiene che i dati condivisi rappresenteranno soltanto una parte di quelli utilizzati internamente da Google e che dovranno essere sottoposti a una significativa trasformazione prima di essere messi a disposizione dei beneficiari. Google, però, sostiene che le garanzie previste non siano sufficienti a neutralizzare i rischi per la privacy.
La posizione del gruppo è particolarmente netta perché le ricerche su Google possono riguardare aspetti estremamente personali della vita degli utenti: dalle informazioni sulla salute ai problemi familiari e sentimentali. Secondo Oliver Bethell, senior director per la concorrenza di Google, imporre la condivisione di queste informazioni senza un’adeguata anonimizzazione potrebbe provocare un danno irreversibile alla privacy. È questo uno degli argomenti centrali su cui Alphabet chiede ai giudici europei di intervenire.
Bruxelles replica che il provvedimento non impone la condivisione di dati personali in chiaro. La decisione del 16 luglio stabilisce infatti un metodo di anonimizzazione multilivello elaborato con esperti di privacy interni ed esterni e prevede anche la possibilità per Google di valutare, prima della condivisione, eventuali rischi particolarmente seri sul piano della protezione dei dati e della cybersecurity relativi a uno specifico beneficiario.
Da Google Search ai chatbot: cambia anche il perimetro della concorrenza
Uno degli aspetti economicamente più interessanti della decisione è che il concetto di concorrente non viene più confinato al tradizionale motore di ricerca. La Commissione ha stabilito che anche i chatbot dotati di funzionalità di ricerca possano rientrare tra i soggetti eleggibili per ottenere i dati. È un passaggio significativo perché riconosce sul piano regolatorio la trasformazione del mercato della ricerca: la porta d’accesso alle informazioni online non è più necessariamente una pagina di risultati costruita secondo il modello classico dei motori di ricerca, ma può essere anche un’interfaccia conversazionale alimentata dall’intelligenza artificiale.
Il ragionamento economico della Commissione è chiaro. Google dispone di una quantità di dati che i concorrenti non possono replicare facilmente e che viene utilizzata per migliorare il proprio motore di ricerca. Consentire a operatori terzi di accedere, a determinate condizioni, a una parte di queste informazioni dovrebbe ridurre quella che Bruxelles considera una barriera strutturale all’ingresso. L’obiettivo non è quindi trasferire la tecnologia proprietaria di Google, né imporre la condivisione del suo algoritmo, ma consentire ad altri operatori di sviluppare i propri sistemi di ricerca disponendo di dati sufficienti per competere.
Il calendario è già tracciato. La Commissione ha previsto che Google completi il dataset anonimizzato entro novembre 2026 e che entro gennaio 2027 definisca e comunichi la propria offerta economica per l’accesso ai dati. La condivisione effettiva con gli operatori che risulteranno eleggibili è quindi destinata a diventare operativa nel 2027.
Android, l’altra partita: undici funzioni per gli assistenti IA
Il secondo ricorso riguarda Android e la possibilità per gli assistenti di intelligenza artificiale concorrenti di accedere alle funzioni del sistema operativo oggi utilizzabili, in condizioni privilegiate, dai servizi di Google. La decisione europea individua undici funzionalità che dovranno essere rese accessibili ai servizi IA di terze parti, così da permettere loro di competere più direttamente con prodotti come Gemini.
Il tema è particolarmente rilevante perché la competizione nell’intelligenza artificiale si sta spostando rapidamente dal semplice modello linguistico all’assistente capace di agire all’interno dello smartphone. Se un servizio IA può interagire più profondamente con le funzioni del dispositivo, accedere a determinate informazioni e svolgere attività per conto dell’utente, il sistema operativo diventa una componente strategica della competizione. Per Bruxelles, impedire o limitare questo accesso può creare un vantaggio strutturale per l’assistente sviluppato dal proprietario della piattaforma.
La Commissione ha quindi cercato di imporre un principio di equivalenza: se una determinata funzionalità di Android è disponibile per i servizi IA di Google, deve essere accessibile anche ai concorrenti che rispettano le condizioni previste dal quadro regolatorio. L’obiettivo dichiarato è favorire un mercato nel quale gli utenti europei possano scegliere tra un numero maggiore di servizi e nel quale possano emergere alternative a Gemini e agli altri prodotti Google.
La tempistica, anche in questo caso, è già fissata. Le modifiche ad Android dovrebbero iniziare a produrre effetti nel 2027, con la maggior parte delle funzionalità prevista entro la prossima grande versione del sistema operativo e, secondo la documentazione relativa alle misure, entro il 1° agosto 2027; una funzionalità più specifica legata al rilevamento continuo della parola di attivazione è stata invece rinviata alla versione successiva e al 2028.
Google: “Android è già aperto”, Bruxelles: la concorrenza deve poter entrare
È qui che emerge una delle principali divergenze tra le due letture. Google sostiene che Android sia già un sistema aperto e interoperabile e che le nuove imposizioni europee rischino di trasformare l’interoperabilità in un problema di sicurezza. L’azienda contesta in particolare l’idea che il proprio ecosistema debba essere ulteriormente aperto quando questo comporta, secondo la sua posizione, l’indebolimento di protezioni costruite per tutelare utenti e dispositivi.
La Commissione legge invece il problema da una prospettiva diversa. Nel gennaio 2026 aveva aperto due procedimenti di specificazione proprio per chiarire come Google dovesse adempiere agli obblighi del DMA relativi all’interoperabilità di Android e alla condivisione dei dati di ricerca. Dopo sei mesi di confronto con Alphabet e una consultazione pubblica, Bruxelles ha adottato le misure definitive il 16 luglio.
La differenza non è soltanto regolatoria, ma industriale. Nel modello sostenuto dalla Commissione, l’accesso alle infrastrutture digitali dominanti deve essere sufficiente a consentire a nuovi operatori di sviluppare prodotti alternativi. Nel modello difeso da Google, invece, l’apertura non può prescindere dalla possibilità di mantenere un controllo significativo sui rischi derivanti dall’accesso di terzi a dati e funzionalità sensibili.
Il ricorso arriva dopo una nuova offensiva europea
Il contenzioso si inserisce in un rapporto già molto teso tra Alphabet e Bruxelles. Il 23 luglio, appena una settimana dopo le due decisioni su Search e Android, la Commissione aveva imposto a Google due sanzioni nell’ambito del DMA per complessivi 890 milioni di euro: 460 milioni per il trattamento preferenziale dei propri servizi nei risultati di Google Search e 430 milioni per le restrizioni imposte agli sviluppatori che utilizzano Google Play nel comunicare e indirizzare i clienti verso canali alternativi.
Quella decisione e il ricorso odierno appartengono formalmente a procedimenti differenti, ma raccontano la stessa trasformazione del rapporto tra Big Tech e autorità europee. Il DMA non si limita a punire comportamenti già considerati anticoncorrenziali: stabilisce ex ante una serie di obblighi per i cosiddetti gatekeeper e, attraverso procedimenti di specificazione, consente alla Commissione di definire in dettaglio come quegli obblighi debbano essere concretamente applicati.
È un cambio di paradigma importante per le imprese tecnologiche. Per Google la posta in gioco non è soltanto il costo economico della compliance, ma il controllo di asset che rappresentano una parte essenziale del proprio vantaggio competitivo: dati, distribuzione, accesso al sistema operativo e posizione privilegiata nei servizi di ricerca e intelligenza artificiale.
Ora la partita passa ai giudici europei
Con il ricorso depositato davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea, il confronto entra nella fase giudiziaria. Google chiede di rimettere in discussione le misure adottate dalla Commissione, mentre Bruxelles considera le decisioni del 16 luglio uno degli strumenti con cui rendere effettivi gli obblighi del DMA.
Il calendario rende la controversia particolarmente delicata. Il mercato dovrebbe iniziare a vedere gli effetti dell’obbligo di condivisione dei dati di Google Search dal gennaio 2027, mentre le aperture di Android ai servizi IA concorrenti sono previste a partire dal 2027. Nel frattempo, Google dovrà affrontare un processo di adeguamento tecnico e regolatorio che coinvolge dati, contratti, sistemi di sicurezza, accesso alle funzionalità del sistema operativo e rapporti con operatori terzi.
















