Google prova a chiudere uno dei contenziosi più delicati sul modello economico del Play Store mettendo sul tavolo 260 milioni di sterline, circa 303 milioni di euro. L’intesa riguarda l’azione collettiva promossa nel Regno Unito dagli sviluppatori di applicazioni Android, che accusano il gruppo di Alphabet di avere sfruttato la propria posizione dominante imponendo commissioni troppo elevate e limitando le alternative alla distribuzione attraverso il proprio store. L’accordo evita, se approvato, un processo che avrebbe dovuto affrontare richieste di risarcimento inizialmente superiori al miliardo di sterline.
Un accordo da 260 milioni, 160 agli sviluppatori
La cifra complessiva dell’intesa raggiunge 260 milioni di sterline, ma non sarà interamente distribuita agli sviluppatori. 160 milioni formeranno il fondo destinato ai soggetti interessati dalla class action, mentre altri 100 milioni serviranno a coprire costi legali e finanziamento del contenzioso. Google non ha ammesso responsabilità né illeciti e l’accordo resta subordinato al via libera del Competition Appeal Tribunal britannico. Il procedimento è stato promosso dal professor Barry Rodger, docente di diritto della concorrenza alla University of Strathclyde, per conto degli sviluppatori britannici che hanno venduto applicazioni, contenuti digitali o abbonamenti attraverso Google Play. La richiesta originaria superava un miliardo di sterline e contestava sia alcune pratiche considerate escludenti sia il livello delle commissioni applicate alle transazioni.
Nel mirino le commissioni fino al 30%
Al centro del caso c’è il modello su cui per anni si è basata una parte importante dell’economia degli app store. I ricorrenti sostengono che Google abbia limitato la possibilità di utilizzare canali alternativi di distribuzione e applicato sul Play Store commissioni fino al 30% sulle vendite di app e sugli acquisti effettuati al loro interno. Un sistema che, secondo l’accusa, avrebbe prodotto costi eccessivi per gli sviluppatori grazie alla forza di mercato della piattaforma.
La causa
La causa riguarda gli sviluppatori che hanno operato sul Play Store nel Regno Unito nel periodo compreso tra agosto 2018 e luglio 2026. Il procedimento collettivo mantiene prevalentemente un meccanismo opt-out, dopo che il Competition Appeal Tribunal ha respinto nel giugno scorso la richiesta di Google di modificare le modalità di partecipazione per una parte dei grandi sviluppatori.
Il giudice deve ancora dare il via libera
La partita giudiziaria, dunque, non è ancora formalmente chiusa. Il Competition Appeal Tribunal dovrà valutare l’accordo e stabilire se le condizioni siano eque per i membri della classe rappresentata. Il sito ufficiale del procedimento indica un’udienza per l’approvazione fissata al 15 settembre 2026: soltanto dopo il pronunciamento del tribunale potrà partire il meccanismo di compensazione degli sviluppatori aventi diritto.
Il ruolo di Alphabet
Per Alphabet l’intesa consente soprattutto di ridurre il rischio di un contenzioso dall’esito incerto e potenzialmente molto più costoso, senza riconoscere le contestazioni mosse dalla controparte. Per gli sviluppatori, invece, il fondo da 160 milioni di sterline rappresenta un risultato economico significativo in una battaglia che mette direttamente in discussione il potere contrattuale delle grandi piattaforme nella distribuzione digitale.
Il modello degli app store sotto pressione
La vicenda britannica va oltre il valore dell’assegno. A essere messo alla prova è il modello con cui i grandi ecosistemi digitali controllano l’accesso agli utenti e trattengono una quota delle transazioni effettuate sulle proprie piattaforme. Le controversie sulle commissioni degli app store, sui sistemi di pagamento e sulla possibilità per gli sviluppatori di utilizzare canali alternativi sono ormai diventate uno dei terreni principali del confronto tra Big Tech, concorrenti e autorità antitrust.
















