di Carlo M. Ferro

Nel giugno ‘79 votammo per il primo parlamento europeo eletto a suffragio universale con l’entusiasmo di realizzare il sogno dei padri fondatori che ha improntato la cultura di una generazione di euro-cittadini. Mezzo secolo dopo, all’assenza di questo trasporto emotivo si aggiunge la disaffezione per la politica. Eppure l’Europa serve ad affrontare, forti di una dimensione di scala, le sfide globali di sicurezza, economia e salute. Per quanto il tema della difesa comune domini giustamente il dibattito, in questa tempesta di guerre, la credibilità delle istituzioni europee è misurata soprattutto in termini di politica economica.

Sono le radici della Cee, dove la E di economia richiama gli attesi vantaggi del mercato comune per consumatori e produttori. La loro percezione dipende dal benessere delle persone, al netto dei cicli congiunturali. I dati non sono incoraggianti: tra il 1990 e il 2022 il peso dei 28 Paesi UE sul Pil globale è sceso dal 33% al 20% (dati WB, ante Brexit). Dal ‘79 si sono succedute 9 commissioni, ciascuna caratterizzata per orientamenti di politica industriale diversi e poche di esse per grandi riforme, come l’allargamento ai Paesi dell’est e l’introduzione dell’euro (Prodi). Da allora, sono state avviate varie iniziative in direzione della cooperazione nello sviluppo di technologie abilitanti (Barroso), del finanziamento a progetti di interesse comune (Junker) e della transizione ecologica (Von der Leyen). Il loro impatto, particolarmente nei Paesi a maggior esposizione debitoria, è stato compresso dai limiti di intervento dettati dal patto di stabilità finanziaria. Al resto ha pensato il burosauro di Bruxelles, con la coriacea DG Competizione che reprime sistematicamente la crescita per consolidamento di campioni europei. Solo negli anni post Covid, Next Generation Europe ha potuto facilitare programmi di impatto come il nostro Pnrr. La sospensione del patto di stabilità ha favorito un cambio di passo, dettato da cause di forza maggiore più che da scelta politica. Infatti, alla vigilia delle elezioni, commissione e parlamento hanno chiuso questa parentesi introducendo nuove regole di bilancio.

Spetterà alla nuova commissione applicarle con equilibrio fra crescita (aiuti alle imprese) e rigore contabile, fra spinta all’industria (meno vincoli) e tutela del consumatore, pragmatismo (attenzione all’impatto industriale e occupazionale) piuttosto che massimalismo nella transizione. Oltre al tema della difesa comune, chi guiderà l’UE dovrà affrontare la sfida di restituire ai cittadini un impatto positivo su tenore e qualità della vita. In un quadro di competizione globale – dagli Usa alla Cina – dove gli aiuti alle imprese non sono un tabù.