GUIDO CROSETTO MINISTRO DELLA DIFESA

Crosetto non doveva dirlo, e verrà messo in croce per questo: ma ha detto una cosa giusta.  Anche Pier Paolo Pasolini, in un memorabile commento sulle stragi degli annI Settanta scrisse: “lo so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”. E non venne messo in croce per questo: forse però fu ammazzato per questo o anche per questo.

Dichiarare verità indicibili è sempre pericoloso, quando lo fa un politico di rilievo si chiama gaffe. Forse gaffe voluta e consapevole, ma sempre gaffe.

Chiarito questo, è indubbio che l’orientamento politico genericamente anti-estabilishment e specificamente anti-centrodestra di molte toghe italiane è scolpito negli annali. Ma è impossibile – e per certio versi vien da dire: meno male! – individuare quelle prove fattuali e testimoniali capaci di trasformare un’evidenza sedimentata in trent’anni di guerra giudiziaria alla casta politica (per il 90% identificata con i partiti diversi dal Pd e poi dai Cinquestelle) nella dimostrazione oggettiva di questa scelta corale e spontanea e diffusa fatta da gran parte della magistratura inquirente italiana. Indagare il centrodestra, ossia orientare con preferenza smaccata contro il centrodestra i riflettori di quell’”azione penale obbligatoria” che rappresenta una delle grandi ipocrisie sulle quali si basa il sistema giudiziario italiano, tra le tante lacune del nostro Paese forse in assoluto la più nociva, ma più per clamorosa inefficienza che per tendenziosità, pur grave.

Attenzione: non si tratta di un complotto. Un complotto richiede una strategia, una leadership, un gruppo identificato di congiurati. Qui siamo di fronte a una condivisione di pensieri, ben più che ad un coordinamento deliberato di iniziative concertate. Qualche riunione per scambiare idee tra colleghi accomunati dal disprezzo verso determinati gruppi politici, sicuramente sì; ma non si può incriminare nessuno per essere andato a cena con degli amici, di qualsiasi cosa si parli cenando.

Cos’è successo attorno e dopo lo scandalo senza fine di Tangentopoli? La storia lo racconta. Le inchieste giudiziarie contro la casta del Pentapartito l’hanno decapitata, sia pure al prezzo di una percentuale patologica di errori giudiziari (circa il 50%) e di una violenza inquisitoria ai confini con la tortura; ma non hanno certo saputo sradicare la malapianta della corruzione in un sistema che non ha mai voluto sciogliere dichiaratamente il nodo del finanziamento della politica, piaga che procede senza dubbio come prima, semmai più prudente o scaltra di prima, non meno pervasiva.

La pavidità e l’indifendibilità dei lidericchi della Prima Repubblica, inoltre, non ha mai dato al Parlamento la forza di ripristinare, magari con qualche correttivo, quell’istituto che i Padri Costituenti avevano previsto a completamento delle regole sul bilanciamento dei poteri: l’immunità parlamentare. E la meteora – speriamo, salvo pochissime persone in gamba – dei Cinquestelle ha ben rilevato dalla sinistra il testimone del partito dell’onestà, formula idonea a captare il voto dei malpancisti ex o post comunisti e qualunquisti.

Rileggiamo l’articolo 68 della Carta: “Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza”.

Applicato alla lettera e nel rispetto dello spirito, quest’articolo di fatto prescrive alla magistratura di inquisire solo in presenza di sospetti tali da rendere ottenibile un’autorizzazione parlamentare… senza aver ben prima proceduto alle più invasive indagini possibili…

Sembra assurdo rimpiangere l’immunità parlamentare, visto quello che hanno combinato tanti politici meritatamente smascherati dalle Procure, eppure quell’articolo 68 era la garanzia che la gravità di una deciisone giudiziaria contro un parlamentare fosse sancita da una procedura speciale e complessa di incriminazione; e simmetricamente nessun politico, nemmeno il ministro della Giustizia, può disporre del ruolo e della carriera di un giudice, e solo l’organo di autogoverno può farlo (anche se non lo fa quasi mai).

Il paradosso della storia ha voluto che mai prima di Tangentopoli avesse raggiunto tanto potere un leader di centrodestra com’è stato Silvio Berlusconi, che assommava in sé tutti i vizi (tanti) e tutte le virtu (poche) del vecchio pentapartito, aggiungendo a questo mix un colossale conflitto d’interessi mediatico. Berlusconi non c’è più ma un altro paradosso della storia ha fatto sì che neanche lui abbia potuto contare una maggioranza parlamentare solida come quella che si è oggi aggregata attorno a Fratelli d’Itaia.

Tutto si tiene oggi, però, solo in nome di quella “non ricattabilità” sbandierata da Giorgia Meloni, la prima volta proprio contro Berlusconi, ma chiaramente (e coraggiosamente) rivolta contro le Procure: per la serie, io sono pulita e non mi avrete: nè voi, parenti-serpenti della maggioranza né voi, toghe che avete detronizzato il Cavaliere. Peccato che la Meloni più che essere sola è male accompagnata ed è sicuro come l’oro, sul piano logico, che nelle file del suo partito e in generale del centrodestra di governo ci siano molti fronti aggredibili da procure desiderose di null’altro, come sono alcune di esse, che di impallinare quel fronte politico.

Il modo migliore per il governo di dimostrare di non esser ricattabile è accelerare sulla riforma della giustizia, fattibile senza indugi eppure inspiegabilmente rallentata; e il modo migliore è distinguere rigorosamente le sorti dell’alleanza da eventuali imboscate a singoli componenti dello schieramento, per credibili che dovessero rivelarsi le accuse agli occhi dell’opinione pubblica. Un buon test è stato l’ondata di fango che ha colpito la Santanchè: senza entrare nel merito di quelle accuse a un personaggio molto divisivo (aspettiamo i processi!), una persona specchiata come Maurizio Lupi, in un contesto diverso, fu indotto a dimettersi su niente, per non parlare della povera Josefa Idem.

Ha ragione Crosetto a temere imboscate, insomma, e ce ne saranno, probabilmente. E’ ovvio che il capo dell’Anm si indigni e respinga ogni addebito e sospetto di “concertazione copmplottista”, perchè non è certo lui o il suo consiglio a dare indicazioni di questo tipo a una toga o all’altra, ma quel che agisce è un fenomeno spontaneo e “dal basso” che si è ormai strutturato, sia pur intangibilmente, in Italia e tornerà all’opera.

Ma di tutto questo il Paese deve imparare a prescindere. Viga la presunzione d’innocenza: non si può impedire alle Procure di lavorare come pare a loro, ma non si può sottoporre gli inquisiti ai danni di sentenze non ancora pronunciate solo perché qualcuno li ha messi sotto inchiesta e la cosa si è saputa con la dovizia di particolari che le fughe di notizie attuate dagli emissari delle Procure determinano. Ora basta, non è servito a niente, né a moralizzare la politica né a rafforzare la democrazia, e continuare a subire le incursioni delle inchieste senza attendere le sentenze sarebbe solo ulteriormente dannoso per il Paese.