L’Italia perde giovani, competenze e soprattutto capitale umano, ma una parte consistente di chi ha scelto di vivere all’estero non considera definitiva la propria partenza. L’83% dei giovani italiani expat sarebbe disposto a tornare se gli stipendi fossero più elevati, mentre il 79% indica nella meritocrazia una delle condizioni necessarie per rientrare. È quanto emerge dal rapporto “Giovani Expat. Come farli tornare”, promosso dal Cnel e realizzato da Ref Ricerche con Questlab.
Il problema, dunque, non riguarda soltanto la disponibilità di posti di lavoro. Per molti giovani italiani che hanno costruito la propria carriera fuori dal Paese, il nodo è soprattutto la qualità delle opportunità offerte, a partire dalle retribuzioni e dal riconoscimento delle competenze.
Giovani expat, quali condizioni per tornare in Italia
La componente economica pesa più di ogni altro fattore. Un aumento significativo dello stipendio è considerato estremamente rilevante dall’83% degli intervistati. Ancora più alta, se si considerano complessivamente i giudizi di rilevanza, è la quota di chi indica come decisiva la possibilità di trovare un lavoro adeguato al proprio profilo, pari all’88%.
Subito dopo arriva la meritocrazia, indicata dal 79%, seguita dagli incentivi al rientro, al 75%, e da una migliore conciliazione tra vita privata e lavoro, al 72%. Più in basso nella graduatoria si collocano invece due elementi legati soprattutto alle condizioni del contesto: alloggi accessibili, al 63%, e servizi pubblici efficienti, al 62%.
Quando viene chiesto di individuare una sola priorità assoluta, le retribuzioni conquistano il primo posto: le sceglie il 53% del campione. Il 19% punta invece sulle opportunità professionali e il 6% sulla meritocrazia in senso stretto.
Perché i giovani italiani lasciano il Paese
Gli stessi fattori che potrebbero favorire il rientro spiegano in larga parte anche la scelta di partire. Le basse retribuzioni sono considerate estremamente rilevanti da quattro giovani su cinque, mentre tra le altre ragioni emergono una cultura del lavoro ritenuta arretrata e la scarsa valorizzazione delle competenze.
Pesano inoltre la burocrazia e il funzionamento del mercato del lavoro. Il 49% degli intervistati indica la lentezza della burocrazia tra gli elementi che hanno contribuito alla decisione di lasciare l’Italia, mentre il 48% cita clientelismo e raccomandazioni. Quest’ultimo dato risulta particolarmente elevato tra i giovani che hanno lasciato il Mezzogiorno.
Chi sono i giovani italiani all’estero
Il campione dell’indagine presenta un livello di istruzione particolarmente elevato: il 93% dei partecipanti è laureato. Tra questi, il 45% possiede una laurea magistrale, il 22% un master, il 14% una laurea triennale e il 12% un dottorato.
Per il 58% degli intervistati l’espatrio è arrivato subito dopo gli studi, senza una precedente esperienza lavorativa in Italia. La maggioranza vive inoltre in Europa: l’87% risiede in un Paese europeo, con il 60% nell’Unione europea e il 27% in un Paese europeo extra-Ue. Un ulteriore 8,5% si trova invece in Nord America.
Italia, persi 441 mila giovani in 14 anni
Il fenomeno degli expat si inserisce in una dinamica demografica e occupazionale più ampia. Secondo i dati elaborati dal Cnel, tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha perso 441 mila giovani tra i 18 e i 34 anni, considerando il saldo al netto dei rientri. Il solo 2024 ha registrato un saldo negativo di oltre 61 mila giovani, confermando la dimensione strutturale della fuoriuscita di capitale umano.
A misurare l’anomalia italiana è anche l’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (Isfm) elaborato dal Cnel. Il rapporto evidenzia che per ogni giovane proveniente da un’economia avanzata che arriva in Italia, sono 14,5 quelli che lasciano il Paese. Nelle altre principali economie europee il rapporto è invece vicino alla parità.
Fuga dei giovani, persi 159,5 miliardi di capitale umano
La partenza dei giovani non rappresenta soltanto una questione demografica. Ha anche un costo economico significativo. Il capitale umano perso dall’Italia tra il 2011 e il 2024 viene stimato in 159,5 miliardi di euro, pari a circa 16 miliardi l’anno sulla base dei trend più recenti.
Ed è proprio il divario retributivo uno dei principali elementi alla base della difficoltà italiana nel trattenere e attrarre giovani qualificati. A parità di potere d’acquisto, tra il 2000 e il 2024 la posizione degli stipendi italiani è peggiorata nei confronti dei principali partner europei.
Rispetto alla Spagna, l’Italia è passata da un vantaggio dell’1% a uno svantaggio del 7%. Nei confronti della Germania, il divario è aumentato dal 14% al 36%, mentre rispetto alla Svizzera è passato dal 39% al 71%.
Brunetta: “Possiamo farli tornare”
Secondo il presidente del Cnel Renato Brunetta, il fenomeno rappresenta una perdita che un’economia basata sulla conoscenza non può permettersi. Il capitale umano formato in Italia e valorizzato all’estero vale, secondo le stime, circa 16 miliardi di euro l’anno.
Allo stesso tempo, però, il rapporto restituisce un elemento di apertura: quasi due terzi dei giovani intervistati affermano che tra cinque anni si troveranno nel luogo in cui saranno presenti le migliori opportunità professionali.
Per l’Italia, quindi, la sfida non consiste soltanto nel convincere i giovani a rientrare, ma nel creare condizioni salariali e professionali abbastanza competitive da rendere il ritorno una scelta conveniente.
















