Luigi Di Maio ha lasciato il Movimento Cinque Stelle

Una congiunzione politica e astrale indimenticabile. Magari da festeggiare con un’altra Festa, non della musica ma della democrazia. Martedì 21 giugno, giorno del solstizio d’estate, è stato anche il giorno in cui il Movimento Cinque Stelle, il partito neo-peronista che avrebbe voluto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, si è dissolto (ma non sciolto, ci vuole pazienza) perché uno dei suoi leader, il ministro degli esteri (ohibò!), Luigi Di Maio, quello della vittoria sulla povertà (annunciata dal balcone di palazzo Chigi, allora era ministro del lavoro) e del “rendez-vous” con gli amici Gilet gialli francesi – i rivoluzionari del fine settimana, Parigi a ferro e fuoco contro l’odiato Macron – ha deciso di andarsene, di lasciare la casa del padre (Beppe Grillo) e di fondare un suo partitino, “Insieme per il futuro”, in compagnia di una sessantina di colleghi, deputati e senatori, tutti personaggi – faccio un solo esempio, Laura Castelli, oggi viceministro e prima impiegata in un Caf di Torino – sinceramente preoccupati per il futuro.

Il proprio, si capisce. Stipendio, pensione (i diritti previdenziali scattano a settembre, come si sa), auto blu e così via privilegiando.

C’era una volta un movimento… 

Una bella giornata per la democrazia, dicevo, perché a quattro anni dalle ultime elezioni politiche del 2018– quelle che hanno portato Luigi Di Maio e tutta la gente come lui perché “uno vale uno”, un terrapiattista e un premio Nobel – e a quasi dieci dal famoso comizio in piazza Maggiore a Bologna del 2013, il primo indimenticabile “Vaffa Day” con Beppe Grillo portato in trionfo su un gommone, il Movimento Cinque Stelle come l’abbiamo conosciuto (e come l’aveva costruito Gian Roberto Casaleggio, un informatico picchiatello di Settimo Vittuone, Ivrea, che lavorava per l’Olivetti, diventato non si capisce perché un genio della politica, un visionario sociale, secondo la vulgata dei media italiani) non esiste più.

E questa sì che è una bella notizia. Verrebbe perfino voglia di festeggiarla con l’irridente addio con cui, nel 1956, il segretario del Pci Palmiro Togliatti liquidò la decisione di Elio Vittorini, scrittore e intellettuale “engagé”, di lasciare il partito in polemica con la linea filosovietica di Botteghe Oscure dopo che l’Armata Rossa aveva invaso l’Ungheria: “Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciati…” (fu questo il titolo del commento togliattiano sul settimanale culturale del partito, Rinascita).

Non resteremo soli, purtroppo, perché Gigino (il vezzeggiativo con cui il pupillo di Enzo Scotti, ex ras democristiano di Napoli, non vuole essere chiamato) resterà in Parlamento alle prossime elezioni del 2023 (e con lui, magari, un gruppetto dei fedelissimi come la già citata Castelli, il sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano, la ministra Fabiana Dadone che forse non tornerà a fare le fotocopie in uno studio legale di Cuneo).

Luigi Di Maio e il nuovo Udeur

Infatti, la ragione vera dello strappo, a sentire “Giuseppi” (come lo chiamava il presidente Trump ai tempi del governo giallo-verde con la Lega) Conte, ormai il grande nemico, è proprio questa: separarsi dal movimento per aggirare il divieto del doppio mandato, regola d’oro confermata anche in questi ultimi giorni dall’Elevato Beppe Grillo, quindi candidarsi e farsi eleggere come neo-rappresentante di una neo-forza politica moderata, europeista, filoamericana, insomma una specie di nuovo Udeur, detto con rispetto per l’abilità manovriera di Clemente Mastella da Benevento.

E non sarà un bel vedere perché Luigi Di Maio, al netto di tutti gli apprezzamenti che i media e i giornalisti parlamentari gli stanno tributando in questi mesi (“Ma com’è cambiato!”, “Ma com’è maturato!”, “Ha anche imparato l’inglese”, “Draghi lo stima” e così via adulando), Di Maio resta un giovanotto spregiudicato, cresciuto in una famiglia di destra (il padre, geometra, militava nel Msi) e formatosi alla scuola dell’ex ministro dc Vincenzo Scotti all’università privata Link, uno che è salito sul carro grillino quando ha capito che nel deserto culturale e politico dei Cinque Stelle lui poteva brillare, nella casa dei ciechi beato chi ha un occhio, altro che il “deputatino meridionale” come aveva definito Luigi Di Maio, sbagliando, lo stesso Grillo.

Non sarà un bel vedere soprattutto per l’ennesima conferma della singolare leggerezza, per non dire peggio, con cui gli italiani vanno alle urne e votano i loro rappresentanti. Nel 2018 fu un trionfo, come ci ricordiamo tutti: il 32% dei consensi al movimento che si presentava con il seguente programma: No a tutto, No alla Tav, No al gasdotto in Puglia, No alla Gronda di Genova (quella che, se ci fosse stata, avrebbe probabilmente evitato il disastro del ponte Morando), no a nuove ferrovie, no a nuove strade, No al gas trivellato nell’Adriatico (che ora ci servirebbe), No alla selezione dei migliori sul mercato del lavoro e sì al reddito di cittadinanza, 500 euro garantiti, un po’ di pubblica carità, insomma, tanto per coprire il nero.

Il grande abbaglio delle Cinque Stelle

Eppure, bastava poco – soprattutto da parte di tanti osservatori della politica, per esempio il professor Galli Della Loggia che, invece, a Roma votava per l’ineffabile Virginia Raggi solo per dare una lezione al Pd, parole sue – bastava poco per capire, nel 2018, di che pasta era fatta la creatura di Grillo e di Gian Roberto Casaleggio: “un sistema di potere che mescolava cosiddette visioni internettiane e network affaristico con l’obiettivo di manomettere la democrazia”.

Sono parole di Nicola Biondo e Marco Canestrari, due giovanotti che hanno lavorato negli uffici romani del Movimento e negli uffici milanesi della Casaleggio Associati (che ha chiuso in rosso il bilancio 2021 dopo la perdita dei versamenti obbligatori dei parlamentari pentastellati) e che hanno scritto due saggi fondamentali – “Sistema Casaleggio” e “Supernova” – per capire i piani politici del comico genovese che per decenni s’è fatto pagare in nero e del guru di Settimo Vittone, dove il “visionario” Gian Roberto si presentò alle elezioni comunali del 2004 in una lista di destra ottenendo ben sei (6!) voti.

Biondo e Canestrari, che ho ampiamente citato in un mio precedente post sul Movimento a febbraio quando un’ordinanza del tribunale di Napoli mise fuori gioco momentaneamente “l’avvocato del popolo” Giuseppe Conte, definiscono il Movimento “il più grande raggiro di massa mai messo in atto in una democrazia occidentale”.

Eppure, in questo estenuato Paese, dove “non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti” come diceva non si sa se Leo Longanesi o Ennio Flaiano, i concittadini hanno votato il manifesto politico di un comico in declino e di uno sconosciuto tecnico informatico che nel tempo libero scriveva romanzi distopici in cui i politici corrotti (e qui il pensiero corre a Mani Pulite e alle tecniche investigative del pm Antonio Di Pietro: in galera, e se non parli butto via la chiave!, leggere l’ultimo libro di Filippo Facci, “La guerra dei trent’anni”) venivano esposti dentro gabbie di ferro all’ingresso delle autostrade.

Tanta voglia di movimenti radicali

Questo per dire che la conversione (alla democrazia liberale) dell’ex-bibitaro di Pomigliano d’Arco, dell’ex studente della Link University di Enzo Scotti, non è in sé una svolta epocale, come si usa dire, mentre ai confini infuria una guerra che nessuno sa quando finirà e il dittatore di Mosca, forte della sua rendita energetica, può permettersi di dileggiare le democrazie occidentali che – prevede lui – saranno presto travolte da movimenti radicali.

In effetti, in Francia il moderato Macron, neoeletto presidente, ora deve fare i conti con il radicalismo della gauche di Mélenchon, uno che vuole abbassare l’età pensionabile a 60 anni e immagina qualcosa di simile al reddito di cittadinanza grillino per i giovani francesi senza lavoro. Da noi il radicalismo dei Cinque Stelle s’è provato e s’è visto che cosa ha prodotto. Sarebbe davvero una bella notizia – da festeggiare come la Festa della Musica di inizio estate – se il Pd di Enrico Letta decidesse, alle elezioni del 2023, di abbandonare al loro destino sia Gigino e i suoi “Insiemisti per il futuro” sia l’avvocato Conte e gli ultimi pentastellati in cerca del secondo (e ultimo) mandato. Nel paese che non sa fare nessuna rivoluzione questa sì che sarebbe una (piccolissima) rivoluzione. Come dice la canzone di Nino Manfredi: Roma spegni (non accendi) tutte le stelle…

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.