Quantcast

le altre frecce tricolori

L’export si nutre di competenze manageriali

Per impostare e gestire efficacemente l’internazionalizzazione, Pmi e filiere hanno bisogno di capitale umano qualificato. Ecco le figure professionali formate e certificate da Federmanager

23 Ottobre 2021

Marco Scotti
L’export si nutre di competenze manageriali

Sul mercato internazionale l’Italia si posiziona ai primi posti nel ranking dei migliori Paesi esportatori. I prodotti destinati ai segmenti extra-confine concorrono per una parte rilevante (circa il 31%) al Pil nazionale. E il 2021 promette di fare il boom. Secondo il rapporto Sace presentato a settembre, siamo già oltre i livelli pre crisi. E il 2021 si conferma come un anno di transizione caratterizzato da un forte rimbalzo dell’economia globale. Le cautele sono obbligatorie, visti i chiari di luna di una pandemia che, seppur contenuta, è tutt’altro sconfitta. Ma il report realizzato dall’ente parte della galassia di Cdp fa ben sperare: le stime realizzate parlano di un volume di export che arriverà a quota 482 miliardi di euro a fine anno. Si tratta di un rimbalzo dell’11,3% dopo una caduta del 9,7% nel 2020. E l’anno prossimo, complice una crescita prevista del 5,4%, potrebbero sfondare quota 500 miliardi, per arrivare a 550 nel 2024.

Export manager e innovation manager sono figure dirigenziali con una verticalizzazione delle competenze

Tradotto: importanti opportunità per la crescita dell’export italiano che, però, non sono state uguali per tutti. Una ripresa “a macchia di leopardo”, in forte aumento in alcuni mercati, di recupero del terreno “perso” nella crisi in altri e di risalita più lenta in altri ancora. Per questo Sace – sulla scorta del medagliere olimpico – ha diviso in tre gruppi i Paesi verso cui esportiamo, assegnando loro medaglie di metalli diversi. L’oro va a Paesi come Germania e Usa e certifica un ritorno ai livelli pre-crisi con ripresa robusta anche negli anni a venire; l’argento, assegnato a Francia, Olanda o Brasile, viene conferito ai Paesi in cui la crescita negli anni a venire sarà un po’ meno convinta; infine il bronzo, che significa che i valori pre-crisi non sono ancora stati riguadagnati: è il caso del Regno Unito, del Messico o del Sudafrica.

Dunque un orizzonte complesso da leggere e comprendere, in cui si rende necessario che, a livello aziendale, vi siano professionisti deputati al governo di nuove dinamiche delle relazioni con i mercati esteri. In questo contesto, la domanda di export manager, negli ultimi anni, è stata sempre piuttosto elevata; tuttavia, trattandosi di dirigenti che, a differenza di altre categorie, sono iperspecializzati per mercato, prodotto, canale di vendita, Paese, ecc., tale domanda presenta una notevole variabilità settoriale, strettamente legata alla produzione dell’azienda e alle aree in cui si inserisce il business.

«Di fatto registriamo una scarsa diffusione di competenze manageriali e capitale umano qualificato», sottolinea il presidente Federmanager, Stefano Cuzzilla. «Questo vale certamente per le Pmi, ma anche all’interno di filiere che costituiscono la nostra punta di diamante e che sono già posizionate sui mercati stranieri. Senza dubbio il Patto per l’export voluto dal ministro Di Maio ha rappresentato una spinta importante. Ora per noi l’asticella si alza: stanno riprendendo i traffici e le grandi fiere come Expo Dubai, si stanno definendo accordi nuovi tra i governi, basti pensare al G20 a guida italiana, siamo in uno scenario di uscita dall’emergenza pandemica e i capitali si stanno muovendo. Per noi è essenziale non solo conquistare una posizione di leadership nei mercati dove siamo più competitivi, ma anche attrarre investimenti stranieri nel nostro Paese. Intendo dire che recuperando reputazione e semplificando il sistema, dobbiamo riuscire ad attrarre risorse non predatorie, quelle che fanno crescere il sistema impresa».

A ciò va aggiunta una considerazione sullo sviluppo del digitale. Malgrado l’export online stia crescendo, esso interessa ancora una piccola quota delle imprese italiane. Nel settore manifatturiero la discriminante maggiore nell’utilizzo del commercio elettronico è rappresentata dalla dimensione aziendale: sono le aziende dai 10 ai 49 dipendenti e le aziende dai 50 ai 99 dipendenti a essere significativamente meno presenti sui mercati digitali (rispettivamente 7,7% e 17,9%), distaccandosi nettamente dalle imprese manifatturiere con più di 250 addetti (48,1%). L’accelerazione impressa dalla pandemia a questo fenomeno potrebbe ampliare ulteriormente il solco esistente tra Pmi e grandi imprese.

Già oggi Federmanager certifica due figure dirigenziali altamente specializzate con una verticalizzazione delle competenze: l’export manager e l’innovation manager. Il primo è il professionista che ha la responsabilità di sviluppare il mercato estero dell’organizzazione. Suo compito principale è quello di individuare, in base alle direttive della politica di export fissate dalla direzione aziendale, nuovi mercati esteri e di elaborare le strategie più efficaci per l’avvio delle attività di vendita e per il loro consolidamento. L’operatività prevalente è nell’ambito commerciale, mentre raramente è prevista la creazione di strutture dirette dell’azienda nei paesi esteri, compito tipico invece del manager per l’internazionalizzazione. Definisce quindi le linee d’azione, identifica e seleziona le principali opportunità di business, programma e coordina il piano di promozione sul mercato internazionale dei prodotti/servizi dell’organizzazione. L’innovation manager è un professionista che deve assicurare la gestione delle attività di un’impresa inerenti processi d’innovazione del business, in termini di processi organizzativi, prodotti/servizi e pensiero manageriale, stimolando la ricerca di soluzioni legate alla digital transformation e favorendo culturalmente l’introduzione e il consolidamento di idee innovative in azienda per lo sviluppo di un vantaggio competitivo sul mercato con la conseguente crescita del business.

Ma, come detto, urge trovare un modo per le aziende (in particolare Pmi) per esportare all’estero tramite i canali digitali. Che sono stati salvifici durante le fasi più drammatiche della pandemia ma che ancora oggi a emergenza parzialmente rientrata rivestono un ruolo fondamentale. Di qui, l’esigenza: «Bisogna incentivare le imprese ad avvicinarsi alle alte competenze manageriali per la trasformazione digitale – dice Cuzzilla – perché per l’export digitale, in questo momento, questa è un’azione strategica per il futuro del nostro sistema produttivo».

E' importante potenziare l’export delle piccole e medie imprese soprattutto attraverso i canali digitali

Ecco perché Federmanager – pur non avendo ancora avviato un percorso i certificazione – ha iniziato a tratteggiare una figura in grado di realizzare il cambiamento necessario: il digital export manager. Si tratta di un professionista altamente qualificato che che ha la responsabilità di sviluppare il mercato estero dell’organizzazione traendo vantaggio competitivo dall’introduzione in azienda di innovazione sia di processo sia tecnologica, curando anche digitalmente la strutturazione dei canali commerciali e l’adozione degli strumenti idonei al perseguimento degli obiettivi di business. Suo compito principale è quello di individuare, in base alle direttive della politica di export fissate dalla direzione aziendale, nuovi mercati esteri e di elaborare le strategie più efficaci per l’avvio delle attività di vendita e per il loro consolidamento, favorendo culturalmente l’introduzione e il consolidamento di idee innovative in azienda. L’operatività prevalente è nell’ambito commerciale, mentre raramente è prevista la creazione di strutture dirette dell’azienda nei paesi esteri, compito tipico invece del manager per l’internazionalizzazione, orientato a portare l’organizzazione a operare in campo internazionale, identificando non solo partnership commerciali, ma anche di sviluppo e produttive, tramite accordi e, ove strategico, attraverso acquisizioni di aziende estere. Definisce quindi le linee d’azione, identifica e seleziona le principali opportunità di business, programma e coordina il piano di promozione sul mercato internazionale dei prodotti/servizi dell’organizzazione. Trattandosi di una figura non ancora presente in maniera stabile sul mercato del lavoro, si può provare a capire quali debbano essere le sue esperienze pregresse. E dunque, prima di tutto il digital export manager ha maturato un’esperienza e una formazione internazionale, con capacità relazionali e cultura dei Paesi in cui va a operare, comunicando professionalmente in diverse lingue per agire in contesti internazionali nuovi e non ancora strutturati, con attitudine a lavorare per progetti. La conoscenza delle strategie di marketing, delle tecniche di transazione e di negoziazione, delle formule assicurative, delle procedure bancarie e contrattualistiche, una valida padronanza della legislazione e delle norme che regolamentano l’attività all’estero devono essere coniugate con l’attitudine all’innovazione e l’impiego e lo sviluppo degli strumenti e delle tecnologie digitali.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400