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Perché sul fronte del lavoro il Pnrr va utilizzato meglio

Il rinnovo dei contratti nazionali ha lasciato perlopiù immutate le misure di welfare. Eppure sono uno strumento di coesione, quindi abilitatore di cambiamento e leva per l’acquisizione di competenze

15 Ottobre 2021

Alessandro Paone *
Perché sul fronte del lavoro il Pnrr va utilizzato meglio

MINISTERO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI VIA FLAVIA

Diciamolo subito: il lavoro non è il cantiere di riforme e idee che ci aspetterebbe a fronte degli obiettivi contenuti nel Pnrr e nel Next Generation Eu.

Mancano progetti concreti e l’attenzione è focalizzata – ancora troppo – su strumenti passivi e di sostegno, e poco o nulla su misure di sviluppo fra cui rientra a pieno titolo il welfare, che ha lo straordinario pregio di mettere al centro la persona del lavoratore incrementando i servizi a sua disposizione, riducendo il carico dell’intervento statale nelle aree in cui questo soffre di più, ovvero la sanità e la formazione.

Un trend inspiegabile anche nelle dinamiche che hanno caratterizzato il rinnovo dei più recenti contratti nazionali per una platea di quasi 7 milioni di lavoratori: la maggioranza non ha “rinnovato” i sistemi di welfare che sono rimasti immutati, ed hanno di contro conosciuto un certo sviluppo a livello di singole realtà imprenditoriali limitatamente allo smart working ed alle misure anti-contagio.

Si ha l’impressione, seguendo la narrazione in materia, che nessuna significativa lezione sia stata impartita dall’esperienza pandemica e dalla sperimentazione di nuovi modi di lavorare, che hanno riportato al centro l’importanza di un maggiore equilibrio personale e familiare, ma hanno anche sottolineato il gap della forza lavoro in larga parte impreparata ai fenomeni di transizione in atto, che avranno pesanti impatti sull’occupabilità delle persone.

In tale quadro il welfare aziendale non può essere osservato nella sola direzione economica (meno tasse, netto in busta paga più alto) ma andrebbe valutato entro una dimensione sociale e alla luce degli impatti a livello macro prima, e micro poi, che i servizi erogabili attraverso di esso possono provocare sulla collettività.

Sarebbe interessante attribuire un punteggio alle imprese che fanno attivamente ricorso al welfare aziendale

In quest’ottica il welfare è una leva di sviluppo e di cura dello scollamento sociale che si registra nel Paese, la cui economia è fortemente frenata da divari profondi fra nord e mezzogiorno in termini di capacità produttiva e lavorativa, che sono in un certo senso il riflesso di divari sociali e culturali in fase di radicalizzazione.

Nella riduzione di un tale gap anche il welfare aziendale può fare la sua parte, già solo uniformando la qualità dei servizi fra le due parti del paese, potendo per di più rappresentare un boost formativo grazie al ricorso a risorse private notoriamente carenti al di fuori dei grandi centri produttivi.

Welfare come strumento di coesione, quindi, abilitatore di cambiamento e leva per l’acquisizione di competenze, offrendo la possibilità di un accesso diffuso alla formazione da parte del lavoratore e dei suoi familiari, che in questo senso può incidere sul grave fenomeno dei Neet e dei giovani disoccupati, che al Sud segna un record negativo impressionante nel mondo occidentale (oltre il 36%!).

E poi vivacizza l’economia portando servizi laddove non vi sono, aprendo mercati inaspettati nei più remoti territori, quegli stessi territori che grazie alla spinta della diffusione del welfare aziendale sarebbero capaci di attrare stabilmente le persone nell’era del lavoro da remoto inaugurata a marzo 2020.

Perché ciò accada serve, tuttavia, una fortissima spinta esterna, ed allora perché non attribuire un punteggio alle imprese che ne fanno attivamente ricorso ai fini di un abbattimento dell’imposizione fiscale, in linea con il decremento di costo a carico dello Stato per i servizi assistenziali/di sostegno alle persone veicolate su operatori privati dal welfare aziendale.

È attorno a queste suggestioni che il dialogo sociale e politico dovrebbe concentrarsi, destinando maggiori risorse alle misure di sviluppo del lavoro e del mercato del lavoro, anziché a misure passive e di sostegno al reddito.

* avvocato giuslavorista ed Equity Partner di LabLaw Studio Legale

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